Economia

“Ligresteide”: dalla lettera di Maranghi al papello. Assolto attuario Fonsai

MILANO – “Ligresteide”: dalla lettera di Maranghi al papello. Assolto attuario Fonsai. La saga dei Ligresti alla guida di Fonsai, la storia di come la famiglia ha “spolpato” la compagnia di assicurazione racconta dieci anni di finanza italiana, l’intreccio con i cosiddetti salotti buoni, come Mediobanca, impotenti a raddrizzarne le sorti, la difficoltà quasi insormontabile  a uscire dall’asfittico (e predatorio) capitalismo familiare italiano. Fabrizio Massaro sul Corriere della Sera ripercorre le tappe della vicenda decennale a partire da due documenti vergati a mano, simbolicamente incipit e sipario: la lettera del 2002 del successore di Enrico Cuccia in Mediobanca, Vincenzo Maranghi, documento inedito, e il famoso papello con le condizioni della famiglia Ligresti per farsi da parte sottoscritto da tutti i componenti e siglato per presa visione da Alberto Nagel, attuale numero uno di Mediobanca.

Con la sfilza di arresti che seguirono, dal management Fonsai alla famiglia per intero (solo Paolo è riuscito a riparare in  Svizzera), in ogni caso, non è stata scritta la parola fine sulla vicenda: notizia recente è l’assoluzione dell’attuario di Fonsai Fulvio Gismondi. Del resto è dal 2002 che al patron Salvatore Ligresti, prima che di lui si fossero dovuti occupare le procure, l’autorità di vigilanza (Isvap), i creditori inferociti, giungono avvertimenti, consigli, preghiere. Come la cortese lettera firmata da Maranghi:

“Carissimo ingegnere Ligresti, oggi è stata portata a compimento – speriamo senza ulteriori intoppi – una operazione che dà alla Sua famiglia una prospettiva imprenditoriale di straordinaria rilevanza. Anche in questa circostanza, Mediobanca è stata al Vostro fianco. L’obiettivo è stato raggiunto pagando, almeno per il dottor Pagliaro (Renato, attuale presidente dell’istituto, ndr ) e per chi Le scrive, un prezzo assai elevato in termini di immagine e di rapporti personali”. È la parte inedita della lettera, che qui riproduciamo integralmente, in cui il numero uno di Mediobanca invitava l’ingegnere di Paternò, già a capo della Sai, a “un cambio di passo” nella conduzione del secondo gruppo assicurativo, che non poteva più avere “un taglio famigliare”: “La gestione di questo patrimonio, ove non fosse allineata ai migliori standard della professione, finirebbe per innescare una crisi di fiducia nella clientela, con conseguenze gravissime per Fondiaria/Sai”. (Fabrizio Massaro, Corriere della Sera)

Facile ricavare che dell’ingerenza della famiglia come fattore distruttivo Maranghi avesse più di un sospetto. Non sufficiente però a cambiare i destini di una collaborazione che ha visto l’esposizione debitoria dei Ligresti strutturarsi in dieci anni fino alla cifra monstre di 1,1 miliardi nei confronti di Mediobanca. Fino alla fine, con la procura alle porte degli uffici, i Ligresti si sono dedicati alla spremitura del gruppo (dopo dieci anni di inutili tentativi, vedi Enrico Bondi, di estromettere la famiglia dal management), come dimostra il papello, degno finale di una storia già scritta.

Dieci anni dopo, il secondo documento. È il foglio, carta a quadretti, scritto fronte e retro da Jonella Ligresti, la figlia maggiore dell’ingegnere: l’ormai famoso «papello» con le richieste per 45 milioni più vari benefit per i quattro componenti della famiglia (Giulia, Paolo, Jonella e Salvatore, indicati con le iniziali di nome e cognome) per accettare l’offerta di Unipol di rilevare il gruppo Premafin-Fonsai in gravissima crisi finanziaria. Il foglietto, datato 17 maggio 2012, è firmato da Salvatore Ligresti e siglato dal numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, «soltanto per presa visione», come ha spiegato il banchiere. (Fabrizio Massaro, Corriere della Sera)

 

To Top