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Pensioni, anticipo: se taglio retributivo 10,5%, totale 12%

ROMA – Sul tavolo del Governo, tra le ipotesi di flessibilità in uscita dal lavoro, preminente è la proposta del cosiddetto anticipo pensionistico (APE) per i nati tra il 1951 e il 1953 con prestito e penalizzazioni differenziate che oscillano tra l’1 e il 4% per ogni anno di uscita anticipata, per un massimo di tre anni.

La forchetta delle penalizzazioni connesse all’Ape potrebbe essere più elevata – il 3-4% medio fino a punte del 6-7% – per chi, volontariamente, optasse l’anticipo senza essere disoccupato o in una azienda in ristrutturazione (situazioni dove sarebbe lo Stato ad accollarsi un pezzo di onere se non tutto). Fatti salvi, dunque, i lavoratori di queste categorie (cui possiamo aggiungere quella dei lavori usuranti) si può procedere a una verifica del costo economico per il lavoratore dell’anticipo, cioè quanto peserà la penalizzazione sull’assegno in caso di uscita anticipata: sul Sole 24 Ore si segnala come non basta considerare la penalizzazione percentuale, si deve tener conto anche della quota contributiva. Complessivamente, l’Ape comporterà un doppio taglio: una pensione ridimensionata e un prestito da rimborsare.

A questo taglio si potrebbe aggiungere quello specifico sulla parte contributiva se, per convertire il montante accumulato nell’assegno mensile, non si userà il coefficiente previsto per l’età minima di accesso alla pensione di vecchiaia, ma quello, più penalizzante, dell’età effettiva di ritiro dal lavoro. In uno dei due esempi a fianco si è simulata la pensione di un lavoratore che raggiungerebbe il diritto alla “vecchiaia” a fine 2018, con decorrenza della prestazione dal 1° gennaio 2019.

Poi si è provveduto a calcolare la pensione alla data di accesso con l’Ape, ipotizzata al 31 marzo 2017. La quota retributiva è penalizzata in funzione del numero di anni di anticipo, a cui va aggiunto l’effetto della quota contributiva. A fronte di una penalizzazione del 10,5% sulla quota retributiva, il taglio totale effettivo sarebbe del 12,1 per cento. A meno che il governo scelga un taglio omogeneo per la parte contributiva e retributiva e in tal caso il risultato finale sarebbe -10,5 per cento. (Matteo Prioschi e Fabio Venanzi, Sole 24 Ore)

 


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