Blitz quotidiano
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Pensioni, buste arancioni. Per “generazione ’80” fino -50%

ROMA – Apri le buste arancioni e ci trovi una bruttissima sorpresa per la generazione di lavoratori nati negli anni ’80. Non bastava quanto detto nei giorni scorsi da Tito Boeri (“andranno in pensione a 75 anni”), per la generazione ’80 c’è, se possibile, di peggio: secondo quanto emerge da alcune simulazioni effettuate da 50 & Più, un’associazione di Confcommercio, il quadro  per coloro che hanno un’età compresa tra i 25 e i 40 anni è davvero preoccupante. In certi casi, tra l’ultimo stipendio e il primo assegno pensionistico si rischia un taglio addirittura del 50%.

A spiegare il tutto in modo chiaro è Luca Cifoni per il Messaggero:

La sintesi delle storie lavorative sottese alle simulazioni, anche se si ipotizzano lunghi anni di versamenti ed accettabili dinamiche retributive, (entrambi elementi tutt’altro che scontati con l’attuale andamento del mercato del lavoro) è che le future pensioni potranno al massimo raggiungere metà del reddito o poco più. Naturalmente è probabile che ci siano situazioni più favorevoli, ma simmetricamente ci saranno anche lavoratori che avendo accumulato vari anni di disoccupazione, o di occupazione precaria, si troveranno alla fine con assegni ancora più bassi. Ma vediamo i casi concreti. Partiamo da un lavoratore dipendente del settore privato, operaio o impiegato, che oggi abbia 25 anni e lavori già da uno. Attualmente il suo reddito netto è di 18 mila euro.

Si prevede che la sua carriera retributiva possa avere una dinamica di crescita pari al 2,5 per cento. Nella busta arancione inviata dall’Inps trova indicata la data presumibile nella quale potrà andare in pensione, sulla base delle regole vigenti e dell’ipotesi (per molti versi ottimistica) di continuare a lavorare senza interrompere i versamenti contributivi; trova anche l’importo presunto a cui avrà diritto. L’uscita dal lavoro avverrà a 67 anni e 8 mesi, con circa 43 anni di contributi che daranno diritto alla pensione anticipata. Il suo tasso di sostituzione, ovvero il rapporto percentuale tra il primo assegno pensionistico e l’ultimo stipendio, sarà pari al 53,3 per cento in termini netti: il reddito effettivo insomma sarà poco meno che dimezzato.