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Pensioni giornalisti, riforma Inpgi, Daniela Stigliano: ecco tutti i tagli, basteranno?

Pensioni giornalisti, è in arrivo una riforma molto dura, che ha per obiettivo mettere in sicurezza l’ Inpgi, Istituto Nazionale previdenza giornalisti, che provvede alla raccolta dei contributi e alla erogazione delle pensioni per i giornalisti.

La riforma è stata illustrata alle Commissioni consultive Inpgi competenti, (Previdenza e Occupazione), nei giorni 8 e 9 settembre  e il 15 settembre sarà presentata alla Giunta della Fnsi e alla Fieg, la associazione di categoria degli editori, per il parere delle parti sociali. Il parere non è vincolante, ma si tratta di passaggi chiave per attuare la procedura, la macchina della riforma è in moto.

Daniela Stigliano, che fa parte del Consiglio generale Inpgi, ha pubblicato un lungo articolo dedicato alle novità della riforma sul sito di Unità sindacale, corrente all’interno della Fnsi, la Federazione Nazionale della Stampa, il sindacato dei giornalisti.

Riforma Inpgi. Per le pensioni dei giornalisti dal gennaio 2017 arrivano le regole Inpse le misure più “cattive” della manovra Fornero. In qualche caso, persino peggiorate. Contributivo per tutti, età pensionabile a 66 anni e 7 mesi, introduzione dell’aspettativa di vita, flessibilità in uscita a maglie strette e a caro costo, stop alla pensione a qualsiasi età con 40 anni di contributi, nuovi prelievi sulle retribuzioni e una stretta ai contributi figurativi per chi è in maternità, cigs o solidarietà. Certo, qualche mini-salvaguardia è prevista e si ipotizza un triennio di progressivo “assestamento”. Ma l’impianto replica al 90% le norme Inps. E lo scalone c’è da subito. In particolare per le donne, che nello spazio di un mattino passeranno dai 62 ai 64 anni per accedere alla pensione di vecchiaia, dopo altri 12 mesi saliranno in un sol colpo a 65 anni e 7 mesi, per ritrovarsi equiparate definitivamente agli uomini nel 2019, con il requisito di 66 anni e 7 mesi.

Le modifiche delle prestazioni messe a punto in gran segreto (ma con scarsa fantasia) negli ultimi mesi sono state illustrate alle Commissioni consultive Inpgi competenti l’8 e il 9 settembre (Previdenza e Occupazione). E giovedì prossimo, 15 settembre, la riforma verrà presentata alla Giunta della Fnsi e quindi alla Fieg per il parere (non vincolante) delle parti sociali obbligatorio per legge. Qualcosa, insomma, potrebbe ancora cambiare prima del 29 settembre, quando è in programma il Consiglio di amministrazione per l’approvazione finale. E anche fosse tutto confermato e infine deliberato dal Cda dell’Inpgi, non è detto che i ministeri vigilanti diranno sì all’intera manovra. Ma già così ce n’è abbastanza per disegnare un futuro quantomeno povero e incerto per le pensioni dei giornalisti. Senza peraltroalcuna certezza di mettere in sicurezza i conti disastrati del nostro Istituto. Anzi.

Vediamo, punto per punto, che cosa prevede la nuova ipotesi di riforma dell’Inpgi.

Una buona parte delle modifiche è ripresa dalla riforma varata nel luglio del 2015 e ampiamente bocciata dai ministeri vigilanti (leggi qui e qui). Altre misure sono l’applicazione di norme esistenti all’Inps, in alcuni casi persino peggiorative. Altre sono ex-novo e ulteriormente penalizzanti per i giornalisti. Le regole attuali restano comunque valide fino al 31 dicembre di quest’anno.

Al lavoro fino a 66 anni e 7 mesi
Equiparazione piena alle norme Inps volute dalla Fornero per la pensione di vecchiaia. Con il “contentino” di due-tre anni per arrivare a regime. E fermo restando il requisito minimo di 20 anni di contributi versati.

Per i giornalisti uomini, dal 2017 scattano i 66 anni (rispetto agli attuali 65), che nel 2018 diventano 66 anni e 7 mesi, per poi essere sottoposti alle regole dell’aspettativa di vita (vedi capitolo dedicato).

Per le giornaliste, la progressione è più ripida, nonostante avvenga in tre anni:

64 anni nel 2017, con un salto di due anni rispetto agli attuali 62;
65 anni e 7 mesi nel 2018;
66 anni e 7 mesi nel 2019, quando l’equiparazione con i colleghi uomini sarà piena. E scatterà anche per loro la spada di Damocle dell’aspettativa di vita.
La scure sulle pensioni di anzianità
Il balzo maggiore è però previsto per le pensioni di anzianità. Le norme attuali prevedono un doppio requisito di 62 anni di età (come all’Inps) e 35 anni di contribuzione, con penalizzazioni fino al 20% per chi ha da 57 a 61 anni. Nel 2017, restano fermi i 62 anni anagrafici, ma per accedere alla pensione bisognerà avere 38 anni di contributi, che salgono a 39 nel 2018 e  40 nel 2019. Meno di quanto prevede l’Inps (41 anni e 10 mesi per le donne, 42 anni e 10 mesi per gli uomini), ma senza alcuna possibilità di anticipo con penalizzazione, che invece il sistema generale delle pensioni prevede (tra l’1% e il 2% per cento annuo sulla quota retributiva).

In apparenza, dunque, l’Inpgi mantiene una norma migliorativa per i giornalisti. Che si traduce però in una rigidità assoluta, dal prossimo gennaio, sulla flessibilità in uscita anticipata. Senza contare che, comunque, dal 2019 anche le pensioni di anzianità saranno soggette all’aspettativa di vita.

I conti con l’aspettativa di vita
Gli “adeguamenti alla speranza di vita” introdotti dalla riforma Fornero all’Inps approdano dunque anche in via Nizza. I nuovi requisiti per la pensione di vecchiaia tengono già conto dei dati sull’aspettativa di vita fino al 2019, anno in cui è previsto che il computo diventi da triennale a biennale.

Il Cda dell’Inpgi – che dovrebbe essere quello attualmente in carica, salvo eventi straordinari – si tiene però la possibilità di fermare il meccanismo automatico di aumento dell’età: l’applicazione degli incrementi dovrà infatti essere valutata e decisa con una delibera. Una previsione che suona però come specchietto per le allodole e che serve a sostenere che l’Istituto conserva una propria autonomia decisionale rispetto al sistema generale. Ma è oggettivamente difficile pensare che nel giro di poco più di due anni i conti potranno migliorare così tanto da far decidere per una sospensione dell’aspettativa di vita.

Pensioni miste Inpgi-Inps
È un altro colpo gobbo tirato dal Cda dell’Inpgi alla possibilità dei giornalisti di andare in pensione in anticipo. E non di poco conto. La modifica all’articolo 4, comma 6, del Regolamento dell’Inpgi (“Sono considerati utili, ai fini del conseguimento del diritto a pensione di anzianità, i periodi di iscrizione e di contribuzione nell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti”) riguarda infatti la norma che permette, in base alla legge Vigorelli del 1955 (n. 1122), di conteggiare i contributi versati all’Inps per avere diritto alla pensione. Una previsione utilizzata soprattutto per raggiungere i requisiti di anzianità (i 35 o i 40 anni).

Dal 2017 – in base all’ipotesi di riforma – questa norma non si potrà più invocare, se “non risulti perfezionato il diritto autonomo” al conseguimento della pensione sia all’Inps sia all’Inpgi. A meno che non si opti per un calcolo interamente contributivo, talmente penalizzante da non poter essere preso in considerazione. Oppure non si riscattino gli anni all’Inps, consomme spesso esorbitanti. E questo potrebbe metterebbe i bastoni tra le ruote, penalizzandoli ingiustamente, a tanti colleghi che hanno fatto più lavori nel corso della propria vita, versando contributi ai due Istituti.

La motivazione del Cda Inpgi è che si tratterebbe della corretta interpretazione della legge Vigorelli, mal “tradotta” nel Regolamento dell’Istituto. Un’affermazione che potrebbe però rivelarsi difficile da sostenere, secondo il dettato della norma del 1955, all’articolo 3: “All’iscritto presso l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani è riconosciuto utile, ai fini del conseguimento del diritto a pensione, il periodo di iscrizione e la contribuzione versata nell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti”. Prevedendo poi che “la pensione è ripartita fra i due Istituti in proporzione dell’importo dei contributi a ciascuno versati”. Da una ricerca sommaria fatta nelle banche dati, non risulta del resto che questo articolo sia stato mai portato all’attenzione della Corte Costituzionale e della Cassazione.

Mini-salvaguardie
Clausole di salvaguardia in formato ridotto rispetto a quanto era stato previsto nell’ipotesi di riforma dello scorso anno. E che erano state bocciate dai ministeri vigilanti. Il Cda ci riprova, riducendo però la platea dei “tutelati” e limitando a soli 12 mesi il periodo della salvaguardia. Ecco chi potrà usufruire delle clausole previste:

Giornalisti (uomini e donne) ammessi alla contribuzione volontaria – Potranno andare in pensione con le regole attuali se raggiungeranno nei 12 mesi successivi all’approvazione della riforma da parte dei ministeri i requisiti per la pensione di vecchiaia (65 anni gli uomini, 62 le donne, con 20 anni di contributi), oppure quelli per la pensione di anzianità ordinaria (62 anni di età e 35 di contributi). L’autorizzazione alla prosecuzione volontaria della contribuzione deve però essere precedente al 30 giugno scorso e il collega non deve essere stato riassunto.
Giornaliste ammesse alla contribuzione volontaria – Potranno andare in pensione anche le colleghe disoccupate che compiono 60 anni entro 12 mesi dall’approvazione della riforma da parte dei ministeri, purché abbiano 20 anni di contributi, siano state ammesse alla prosecuzione volontaria della contribuzione prima del 30 giugno 2016 e non siano state riassunte. L’assegno di pensione sarà decurtato secondo le regole oggi in vigore.
Giornalisti di aziende in crisi – I colleghi in mobilità (legge 223/1991), dipendenti di aziende che stanno utilizzando la cigs o la solidarietà oppure disoccupati in uscita da aziende in crisi potranno andare in pensione di vecchiaia o di anzianità con le regole attuali, se raggiungono i requisiti durante il periodo di fruizione di indennità di mobilità, cigs, solidarietà o disoccupazione, e comunque non oltre i 12 mesi dall’approvazione della riforma da parte dei ministeri. Dovranno quindi avere: 65 anni di età per gli uomini e 62 per le donne, con 20 anni di contribuzione, per la pensione di vecchiaia; 62 anni di età e 35 di contribuzione per la pensione di anzianità ordinaria; almeno 57 anni di età e 35 di contribuzione per la pensione di anzianità con gli abbattimenti. C’è però un ulteriore vincolo da rispettare: l’accordo sindacale per mobilità o stato di crisi deve essere stato stipulato prima del 30 giugno scorso. Per gli altri, nessuna salvaguardia è prevista.
Diritti acquisiti entro il 2016 – Chi raggiunge gli attuali requisiti per la pensione di vecchiaia o di anzianità entro il 31 dicembre di quest’anno potrà andare via in qualsiasi momento, anche nei prossimi anni. Si tratta di: uomini con 65 anni di età e 20 di contributi; donne con 62 anni di età e 20 di contributi; uomini e donne con 62 anni di età e 35 di contributi, oppure 40 anni di contributi e qualsiasi età.
Contributivo per tutti
Niente più pensioni legate alle retribuzioni e sistema solidaristico a ripartizione. Dal gennaio 2017 saranno i contributi versati da ogni singolo giornalista a determinare l’ammontare dell’assegno mensile al momento del ritiro dal lavoro. Con una rivalutazione legata esclusivamente all’inflazione. Esattamente come previsto all’Inps. E questo vale ovviamente anche per chi è oggi assunto, che avrà una pensione calcolata con il sistema misto: fino al dicembre 2016 con il retributivo (in base alle diverse quote previste), dal 2017 con il contributivo.

A regime, tra 30-40 anni, quando cioè saranno a riposo tutti i giornalisti oggi in attività e chi resterà avrà l’intera pensione calcolata con il metodo contributivo, si realizzerà un’equità di tipo “egoistico”: ognuno avrà l’assegno in proporzione ai contributi versati nell’intero corso della propria carriera. Chi guadagna poco avrà poco, chi guadagna tanto avrà tanto. E questo consente per definizione al conto previdenziale un sostanziale equilibrio. Con buona pace, però, di qualsiasi forma di solidarietà di categoria. Perché a rimetterci, e non poco, saranno appunto i colleghi con retribuzioni più basse.

Fine del sistema solidale
Il meccanismo retributivo corretto attuale dell’Inpgi ha consentito – anche dopo la riforma del 2006 – a chi guadagna meno di avere una pensione proporzionalmente più elevata rispetto ai giornalisti con stipendi più alti. Con le nuove norme contributive pure, questo non avverrà più. Ma non significa che saranno favoriti i colleghi oggi più “ricchi”. Al contrario, chi guadagna attualmente dagli 80-90 mila euro in su sarà doppiamente penalizzato.

Il Cda dell’Inpgi ha previsto una correzione per chi, con il sistema misto (retributivo + contributivo), potrebbe raggiungere un assegno di pensione superiore a quello calcolato con il solo metodo retributivo. Una possibilità concreta per chi, appunto, ha oggi retribuzioni più elevate della media di 62 mila euro lordi annui. In questo caso, anche la parte di pensione dal 2017 in poi sarà calcolata con il metodo retributivo, ma applicando le aliquote di rendimento Inps, più basse rispetto anche a quelle della quota scattata a inizio 2016, già peggiorativa di quella precedente (vedi tabella a destra). Chi guadagna oggi di più prenderà insomma meno in assoluto rispetto alla riforma dello scorso anno, rispetto a quella ora proposta e persino rispetto ai colleghi che saranno assunti dal 2017 con una medesima retribuzione.

Contributi tagliati a chi è in cigs o solidarietà
Il Cda dell’Inpgi ha deciso di peggiorare una norma che era già oggi peggiorativa rispetto a quanto previsto all’Inps. E che va a colpire in particolare proprio i giornalisti in maggiore difficoltà: chi è in cigs, solidarietà o disoccupazione. Ma anche colleghe e colleghi in maternità/paternità o in congedo parentale.

I contributi figurativi – per tutti i casi previsti – avranno un tetto massimo pari a 1,5 volte la retribuzione contrattuale del redattore ordinario. Con un impatto fortissimo sulla futura pensione con calcolo contributivo. Attualmente, il tetto è pari alla retribuzione contrattuale del caporedattore più gli scatti di anzianità. Mentre all’Inps è prevista la copertura totaledella contribuzione dei lavoratori e la retribuzione presa come base di calcolo è quella media dell’anno solare in corso o di quello precedente.

Nuovi contributi per giornalisti ed editori
Tre nuovi contributi, che si vanno a sommare a quelli già varati lo scorso anno e approvati dai ministeri vigilanti. Il primo è a carico dei giornalisti per la cigs, ed è pari allo 0,20%, portando a 0,30% totale il “peso” per gli ammortizzatori pagato dai colleghi. Una misura esattamente pari a quanto previsto all’Inps.

Gli altri due sono a carico degli editori. Si tratta del mantenimento del contributo di mobilità dello 0,30% per la spesa per ammortizzatori sociali e di un contributo aggiuntivo di disoccupazione dell’1,4% da pagare esclusivamente sui contratti a termine.

Stretta confermata per disoccupazione e altre prestazioni
Un lungo elenco di misure è ripresa pari pari dalla riforma proposto lo scorso anno. A cominciare dalla brutta stretta sulla disoccupazione che prevede una riduzione progressiva dell’ammontare dell’indennità (piena per 6 mesi, quindi ridotta del 5% al mese fino al 50% fisso per gli ultimi 9 mesi sui 24 complessivi) e l’eliminazione della maggiore contribuzione figurativa per i colleghi in uscita da aziende in stato di crisi.

Le altre misure riguardano il minimo retributivo per l’accredito dell’anzianità contributiva (circa 800 euro mensili); la contribuzione calcolata in settimane e non più in mesi; l’abrogazione dell’assegno temporaneo di inabilità e dell’Una tantum ai superstiti; revisione (all’ingiù) per assegno di superinvalidità, ricovero nelle case di riposo, pensione di invalidità, ai superstiti e non contributiva; il riscatto del praticantato per chi ha frequentato le scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine.

Il nodo del contributo di solidarietà ai pensionati
Il Cda dell’Inpgi ripropone anche il contributo di solidarietà per i pensionati, per il triennio 2017-2019, dopo la bocciatura dello scorso anno da parte dei ministeri. Questa volta, però, ha deciso di vararlo con una delibera separata dal resto della riforma, probabilmente per sottolinearne il carattere “temporaneo” e provare a superare le obiezioni governative edeventuali ricorsi dei colleghi interessati.

Nel dettaglio, il contributo richiesto va da un minimo del 2% (pensioni da 57 mila a 75 mila euro) a un massimo del 20% (sopra i 200 mila euro), con un’ampia esenzione: il 52% dei pensionati non verserebbe nulla perché sotto i 57 mila euro annui. Ma c’è già chi sta pensando di proporre un abbassamento di questa soglia (38 mila euro?) per coinvolgere un numero maggiore di colleghi.

Servirà a qualcosa?
Questa è dunque la manovra che il Cda dell’Inpgi si appresta a varare e a consegnare ai ministeri per l’approvazione. Una manovra ben più che “lacrime e sangue”. Che deve fare i conti con la domanda delle domande: servirà davvero penalizzare così tanto i giornalisti tutti, e in particolare giovani e precari, portandosi in casa le regole Inps e anche peggio, arimettere in sesto i conti di via Nizza? Riuscirà a evitare che l’Istituto annienti il suo patrimonio e finisca infine gambe all’aria? Sarà sufficiente a evitare nuove manovre nel giro di qualche anno?

Partiamo dal valore delle singole misure ipotizzate. Ebbene: il Cda dell’Inpgi non ha fornito alcuna indicazione, tranne che sul nuovo contributo di solidarietà sulle pensioni attuali (porterebbe un risparmio di 5,2 milioni l’anno per 3 anni). Le modifiche già proposte nel 2015, e ora confermate, in totale fanno circa 7 milioni l’anno (a regime, non da subito). Su tutto il resto, che è il grosso dell’attuale manovra, non si danno cifre, perché – si afferma – iconti non sono ancora stati fatti. Anche se – bisogna ricordarlo – il ministero del Lavoro ha chiesto per iscritto in maniera chiara, nella sua nota del 2 febbraio scorso (con cui ha approvato una piccola parte della manovra 2015) di pretendere un “progetto di riforma (…) corredato da elaborazioni tecniche che consentano alle Amministrazioni vigilanti di valutare, oltre alla sostenibilità complessiva della gestione, anche gli effetti separati di ciascuna delle misure che codesto Inpgi intenderà prevedere”.

Intanto, è stata presentata una curva (immagine a fianco) realizzata sulla base delle nuove proiezioni dell’attuario che mostra sì un miglioramento dell’attuale situazione, “in modo seria compromessa”, come certificato dalla Corte dei Conti, grazie alla gestione inadeguata e disastrosa degli ultimi anni, a cui ha partecipato e contribuito la grande maggioranza dell’attuale Cda dell’Inpgi. Ma con un lunghissimo periodo, fino al 2039, in cui le spese per prestazioni sono superiori ai contributi incassati. Tanto che l’Indice di garanzia, che dovrebbe essere pari ad almeno 5 annualità delle pensioni correnti, scende progressivamente fino a unminimo di 0,407 appunto nel 2039.

La notizia potrebbe suonare quasi come positiva. Se non fosse che, per elaborare queste proiezioni, l’attuario ha utilizzato gli indici forniti dai ministeri per la crescita del Paese nei prossimi 50 anni. Basta solo quello sull’occupazione, pari all’1,1% annuo tra il 2015 e il 2019 e dell’1% per il 2020-2025, a far saltare tutti i conti. Anche perché la percentuale di aumento è stata applicata pure al 2015 e all’anno in corso, quando sappiamo benissimo che in questo periodo il numero di giornalisti è diminuito e non certo cresciuto, e che chi è entrato ha stipendi ben inferiori a chi è invece uscito.

La curva della sostenibilità prodotta dal Cda dell’Inpgi è insomma irrealistica in partenza. E senza uno sprint immediato di migliaia di nuove assunzioni (non a retribuzioni depotenziate), fallirà l’obiettivo. Forse i ministeri la prenderanno per buona. E approveranno la riforma. Di certo, però, i conti dell’Istituto non si possono dire messi in sicurezza. Al contrario.