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Pensioni, ipotesi riscatto laurea flessibile (anni e soldi)

ROMA – Pensioni, ipotesi riscatto laurea flessibile (anni e soldi). Parte il confronto tra governo e sindacati sulle pensioni e sull’introduzione della flessibilità in uscita. Elemento su cui il pressing di Cgil, Cisl e Uil è forte da mesi e che il governo ha assicurato di voler introdurre con la prossima legge di Stabilità (che si chiamerà di Bilancio). Le ricette possibili sono diverse. E certo nelle scelte pesa anche il monito del Fmi che chiede di “non compromettere la sostenibilità del sistema pensionistico”.

Il governo sta lavorando all’Ape, l’Anticipo pensionistico fino a tre anni con penalizzazioni differenti (e crescenti) a seconda delle situazioni (dal disoccupato alla ‘nonna con il nipotino’). Ma sul tavolo c’è anche l’estensione degli 80 euro ai pensionati, rilanciata dal premier Matteo Renzi (“è una misura che stiamo studiando. Occorre vedere quali fasce andare a prendere”). Oltre ai temi legati al lavoro (compresa la possibilità di tagliare il cuneo fiscale già dal prossimo anno) ed alle politiche attive. Una proposta – ne parla Lorenzo Salvia del Corriere della Sera – è legata a un diverso approccio nel versamento di contributi per riscattare gli anni della laurea e avvicinare il lavoratore alla pensione.

L’idea è rendere flessibile anche il riscatto: potendo scegliere non solo il numero degli anni da recuperare, cosa possibile già oggi. Ma anche la somma da versare e quindi l’effetto sull’assegno futuro. Perché una mossa del genere? Chi oggi è vicino dalla pensione e chiede il riscatto della laurea di solito si vede presentare un conto parecchio salato. E questo perché il calcolo viene fatto sulla base del suo stipendio attuale che, a fine carriera, tende a essere più alto. Chi chiede il conteggio, quindi, spesso rinuncia all’operazione e resta al lavoro fino alla scadenza naturale. Rendere flessibile il riscatto significa slegare la somma da pagare dallo stipendio attuale, considerarla un versamento volontario di contributi. La strada potrebbe essere interessante per chi preferisce lasciare il lavoro prima, anche accettando un assegno più basso. (Lorenzo Salvia, Corriere della Sera)

I leader di Cgil, Cisl e Uil si presentano, intanto, all’appuntamento di oggi con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ed il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, partendo dalla piattaforma unitaria varata a dicembre 2015 e sostenuta, da allora, con diverse mobilitazioni: al centro innanzitutto la richiesta di cambiare la legge Fornero e di mettere così fine alle “ingiustizie” che ha creato, introducendo la flessibilità in uscita.

“Ci aspettiamo la disponibilità a discutere della nostra piattaforma”, ha affermato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, alla vigilia dell’incontro. “Si faccia un confronto vero”, ha detto il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo, ricordando che “anche il ministro un anno fa disse che la legge Fornero ha creato disagi sociali: ecco, non si perda l’occasione per porre rimedio ad un’ingiustizia”.

La Cisl “auspica che l’avvio del confronto consenta di pervenire a delle soluzioni utili per il mondo del lavoro e per il Paese”. “Ascolteremo” le loro posizioni, ha già detto Poletti, e al contempo “esprimeremo la valutazione del governo, anche se siamo in una fase ancora interlocutoria, perché queste tematiche troveranno una definitiva conclusione nella legge di Stabilità”. Solo quella, ha in sostanza ribadito, sarà la sede per le decisioni finali. In una operazione che comunque deve tenere fermi “alcuni cardini”, ossia “l’equilibrio economico da un lato e la stabilità sociale dall’altro”, è tornato a sottolineare.

Nella piattaforma unitaria, Cgil, Cisl e Uil chiedono di distinguere tra i diversi lavori, di riconoscere la flessibilità nell’accesso alla pensione a partire dall’età minima di 62 anni per tutti e, accanto, di prevedere la pensione anticipata con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica, senza penalizzazioni. E di garantire pensioni dignitose ai giovani.

Per quanto riguarda, invece, l’Ape, l’intenzione del governo sarebbe di partire, per l’anno prossimo, con le prime classi di età 1951-53 e di non procedere con un taglio lineare – come già spiegato anche da Poletti – ma di prevedere penalizzazioni differenti a seconda che si tratti di un disoccupato o di chi legittimamente sceglie di uscire prima dal lavoro, come la nonna che decide di restare a casa con il nipotino citata nell’esempio più volte fatto dal governo stesso.