Economia

Pensioni, per i giovani con pochi contributi assegno minimo di 650-680 euro

Pensioni, per i giovani con pochi contributi assegno minimo di 650-680 euro

Pensioni, per i giovani con pochi contributi assegno minimo di 650-680 euro

ROMA – Una pensione assicurata, seppur minima, anche alle giovani generazioni che avranno versato pochi contributi. Lo prevede una proposta del governo al tavolo coi sindacati per garantire una rete di sicurezza a chi in futuro dovrà fare i conti con un sistema interamente contributivo. L’assegno minimo potrebbe aggirarsi tra i 650 e i 680 euro. 

I giovani che sono interamente nel sistema contributivo e hanno avuto carriere discontinue, in futuro, potrebbero andare in pensione prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (448 euro), invece dell’attuale 1,5. Questa l’indicazione arrivata dal governo al tavolo con i sindacati. In sostanza, la soglia verrebbe ridotta da 1,5 a 1,2 e quei giovani uscirebbero con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata anche la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva.

Nella somma andrebbero comprese anche le maggiorazioni sociali. E, per quanto riguarda l’aumento della cumulabilità dell’assegno sociale, l’indicazione presentata dal governo ai sindacati è quella di portarla dall’attuale un terzo al 50% (quindi 224 euro). Il meccanismo è rivolto ai giovani che hanno iniziato a versare i contributi dal primo gennaio 1996 e che avranno dunque pensioni interamente contributive.

Su questo intervento i sindacati si sono detti sostanzialmente favorevoli, pur riservandosi delle valutazioni più puntuali. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, non condivide invece l’introduzione di una pensione di garanzia per i giovani che hanno avuto carriere discontinue perché sarebbe un trasferimento di costi a carico delle generazioni future.

Del tutto insoddisfatti Cgil, Cisl e Uil, invece, sulla questione del meccanismo automatico dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Punto su cui sono tornati in pressing per chiederne lo stop. “Noi abbiamo confermato la posizione del governo”, ossia che il tema “potrà essere discusso quando l’Istat avrà diffuso i dati” tra settembre e ottobre, ha ribadito il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, al tavolo con i sindacati. Dura la replica della leader Cgil, Susanna Camusso: “Vorremmo sottolineare un’ampia reticenza da parte del governo a dire che la questione è all’ordine del giorno” e che bisogna intervenire.

Il confronto con il governo comunque prosegue. E’ stato “un incontro utile, in un clima positivo, con l’impegno a continuare”, ha sottolineato Poletti. I prossimi appuntamenti sono fissati per il 5 settembre (sui temi del lavoro), il 7 e il 13 settembre (ancora sulle pensioni). Ma “entro la fine del mese di settembre e, comunque, prima della presentazione della legge di bilancio bisogna arrivare ad un risultato”, ha avvertito il leader della Uil, Carmelo Barbagallo.

Per la Cisl, come ha detto il segretario confederale Maurizio Petriccioli, si tratta di “ipotesi positive ma ancora non sufficienti per tenere insieme il necessario ripristino delle condizioni di flessibilità con il tema dell’adeguatezza dei trattamenti pensionistici”.

Altro capitolo al centro del confronto quello della previdenza complementare, con l’ipotesi di incentivare la Rita, la Rendita integrativa temporanea anticipata, anche con la detassazione. E di consentire che la pensione integrativa possa fare da reddito ponte per chi vuole uscire prima (oggi questo vale solo all’interno dell’Ape social).

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