Economia

Pensioni. Per i nati nel 1980 rischio uscita 73 anni. Si lavora a rete redditi ponte e assegni minimi

Pensioni. Per i nati nel 1980 rischio uscita 73 anni. Si lavora a rete redditi ponte e assegni minimi

Pensioni. Per i nati nel 1980 rischio uscita 73 anni. Si lavora a rete redditi ponte e assegni minimi

ROMA – Pensioni. Per i nati nel 1980 rischio uscita 73 anni. Si lavora a rete redditi ponte e assegni minimi. L’intervento sulle pensioni dovrà agire su più leve per non scardinare gli equilibri di budget. Ma se c’è una certezza, cioè che la spesa previdenziale non può salire oltre certi limiti, c’è anche l’esigenza di governare l’innalzamento dell’età d’uscita, che, stando alle previsioni attuali, salirà a 67 anni nel 2019, 68 anni nel 2031 e 70 anni nel 2057.

Generazione ’80, in pensione a 73 anni. Per la la generazione dei nati nel 1980 il rischio concreto è che il contributivo pieno, la mancanza dei requisiti necessari alla pensione di vecchiaia o al ritiro anticipato, lavori discontinui e pochi contributi facciano salire l’asticella della pensione a 73 anni suonati.

Rete di redditi ponte e assegno minimo di garanzia. Si ragiona guardando a questo scenario futuro ma per agire da subito, senza stravolgere la riforma Fornero. Un’ipotesi sul tavolo è quella di anticipare l’età attraverso una rete di redditi ponte che traghetti fino al raggiungimento dei requisiti. Un sistema che con l’Ape già si tenta di mettere in piedi e a cui si affiancherebbe un assegno minimo di garanzia per i giovani e un’attenzione particolare per le fasce deboli, per motivi familiari, di reddito, salute e gravosità del lavoro svolto.

Un cantiere complesso questo che è stato già delineato dal consigliere della presidenza del Consiglio, Stefano Patriarca, nel seminario organizzato dal Pd lunedì scorso. Summit a cui hanno preso parte anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e i leader di Cgil, Cisl e Uil. E i protagonisti della trattativa si rivedranno giovedì prossimo, per il primo tavolo politico sulla cosiddetta ‘fase due’ della previdenza, convocato in via ufficiale. Non è escluso che l’incontro possa essere preceduto da una riunione tecnica per inquadrare alcuni punti fermi.

Bonus contributivi per le donne. Al momento ci sarebbe un’apertura del Governo a riconoscere dei bonus contributivi per le donne, anche se nell’ambito dell’Ape social (lo sconto sull’anzianità sarebbe di tre anni). I sindacati chiedono però scivoli per tutte le lavoratrici, oltre le platee dell’anticipo social, e propongono di estendere la riduzione sull’età a un anno per ogni figlio.

Aspettativa di vita: nuovo tagliando a ottobre. Riguardo alla questione centrale, più critica, l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita, per prendere una decisione si aspetta il dato definitivo dell’Istat, che arriverà entro ottobre. Cifra che potrebbe magari riservare una sorpresa al ribasso (togliendo qualche mese dai cinque in più previsti oggi).

Comunque ci sarebbe da parte dell’esecutivo disponibilità ad agevolare quanti sono impegnati in attività faticose (infermieri, maestre d’asilo, operai edili). Tornando agli scenari immaginati da Patriarca, secondo l’economista si potrebbe disegnare “un sistema di flessibilità di uscita anticipata, con un insieme di strumenti di redditi ponte”, da sostenere “con un risparmio collettivo, come la previdenza integrativa, e uno individuale, come l’Ape volontaria”.

Patriarca ha anche parlato di un “fondo di solidarietà per il sostegno alle basse contribuzioni”, di eliminazioni dei vincoli che legano l’uscita agli importi e di una pensione minima, a partire da 650 euro mensili, per i giovani o meglio chi ricade totalmente nel contributivo (sono inclusi quindi anche i quarantenni). La somma potrebbe essere incrementata, legandola agli anni di lavoro, fino a un tetto di mille euro, con un tasso di sostituzione che si avvicinerebbe al 65%.

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