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Pensioni: reversibilità della vedova che lavora ridotta fino al 70%

ROMA – Pensioni: reversibilità della vedova che lavora ridotta fino al 70%. Se una vedova lavora (o il vedovo ma in genere le donne vivono più degli uomini) e guadagna (o dispone di redditi) una cifra lorda pari o superiore a circa 20mila euro l’anno, vedrà ulteriormente ridotto l’assegno di pensione ereditato dal marito (o dalla moglie), di una quota che va dal 25% al 50% (sopra i 32mila euro l’anno).

Un accanimento, sembra di capire, perché dell’assegno originario la reversibilità copre fino al 60%. Facile capire che i nuovi tagli assottiglieranno ancora la pensione. E, per fortuna, Governo e Inps hanno hanno corretto la formulazione della circolare 195 che ammetteva al calcolo dei redditi anche i risparmi (titoli, Tfr, interessi bancari): solo i redditi assoggettabili all’Irpef contano per il calcolo della reversibilità.

Partendo da una pensione già al 60%, per cui gli ulteriori tagli portano la pensione della vedova a essere, rispetto a quella del defunto, pari al 45%, quindi al 36% e infine al 30%. Per renderci meglio conto della “decapitazione” della pensione formuliamo un esempio partendo dalla rendita del defunto pari a 2.000 euro lordi al mese. La pensione ai superstiti della vedova scende immediatamente a 1.200 euro e se la titolare ha redditi propri inseriti nelle tre fasce sopra indicate la rata mensile precipita rispettivamente a 900 euro, a 720 euro e si arena a 600 euro. (Bruno Benelli, Il Mattino)

La penalizzazione quest’anno spazia fra il 25% e il 50%, nel caso in cui venga superato il reddito lordo di 19.573,71 euro all’anno. Le fasce sono così divise per l’Inps:
– 25% fra 19.573 euro e 26.098 euro
– 40% fino a 32.622 euro
– 50% oltre i 32.622 euro