Economia

Pensioni. Oggi le rivalutazioni oltre tre volte il minimo Inps alla Corte Costituzionale

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Pensioni. Oggi le rivalutazioni oltre tre volte il minimo Inps alla Corte Costituzionale

ROMA – Pensioni. Oggi le rivalutazioni oltre tre volte il minimo Inps alla Corte Costituzionale. L’adeguamento delle pensioni al costo della vita torna oggi di fronte alla Corte Costituzionale a un anno e mezzo da una sentenza sullo stesso tema che scatenò non poche polemiche. Allora era in discussione il blocco, per il 2012-2013, della perequazione delle pensioni di importo mensile tre volte superiore al minimo Inps, ossia circa 1.450 euro lordi: era la cosiddetta norma Fornero e la Corte, con una sentenza a firma della giudice Silvana Sciarra, la giudicò incostituzionale.

Questa volta all’esame della Consulta c’è invece il cosiddetto bonus Poletti, ossia il decreto legge del maggio 2015 con cui il governo pose rimedio e rispose ai dettami dei giudici costituzionali. E in questo caso non appare altrettanto scontata una ‘bocciatura’ integrale della norma. Molte le ordinanze giunte alla Corte, che vista anche la delicatezza e la complessità della materia, potrebbe anche non decidere domani stesso e aggiornarsi per una valutazione più compiuta.

Il decreto sul bonus Poletti ha previsto una restituzione della rivalutazione, ma non totale per tutti. Il 100% è solo per le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps. Poi scatta il 40% per gli assegni tra 3 e 4 volte il minimo, il 20% per quelli tra 4 e 5 volte e il 10% per quelli tra il 5 e 6 volte. Chi percepisce oltre 6 volte il minimo è tagliato fuori.

Le questioni poste alla Corte Costituzionale riguardano appunto questi due i filoni principali: l’esclusione dalla rivalutazione per chi ha assegni 6 volte il minimo e la rivalutazione non integrale per gli altri trattamenti pensionistici. Se la Corte accogliesse le ragioni dei ricorrenti, lo Stato dovrebbe sborsare denaro e non poco, tenuto conto che si sta parlando di una platea di milioni di pensionati.

Giudice relatore della causa è sempre Silvana Sciarra, come nel 2015. La decisione che la Corte assunse allora fu contestata e si disse, anche da parte di esponenti del governo, che non fosse stato tenuto in debito conto l’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio e la tenuta dei conti pubblici, visto che si correva il rischio di un “buco” stimato dai più prudenti sui 5 miliardi di euro.

La scelta fu molto criticata pubblicamente anche da giuristi come Augusto Barbera e Giulio Prosperetti, allora ‘solo’ professori universitari e oggi giudici costituzionali. Difficile che questa volta l’art. 81 sia eluso. Una continuità rispetto alla precedente sentenza è prevedibile. Alcune condizioni di fondo, però, sono diverse. Anche perché una gran parte delle posizioni riguarda pensioni più alte.

La precedente sentenza Sciarra aveva bocciato la norma Fornero sostenendo che l’interesse dei pensionati, specie se “titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite” e il diritto a una pensione adeguata è “un diritto costituzionalmente fondato” che non va “irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”.

Adeguatezza della somma percepita, ragionevolezza della norma, possibilità di mantenere il potere d’acquisto (in un quadro, per altro, di inflazione bassa, come è quello attuale) potrebbero quindi avere un peso nel determinare una decisione che non travolga in toto i contenuti del decreto. In aula a ‘difenderlo’ ci sarà per l’Avvocatura dello Stato Gabriella Palmieri.

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