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Petrolio a 50 dollari: Descalzi, ad Eni, spiega perché

ROMA – In un forum con il Messaggero Claudio Descalzi, ad del gruppo Eni, spiega che i prezzi del petrolio saliranno dalla seconda metà del 2016. Anche perché, rammenta, nelle oscillazioni del prezzo l’anomalia è rappresentata dal prezzo troppo alto piuttosto che dal contrario. E vale segnalare, a proposito dell’incidenza della speculazione, che se negli anni ’80 c’erano sei barili di carta (i cosiddetti futures) per ogni barile fisco, oggi si è arrivati a 50. “L’Eni ha messo a budget un prezzo medio di 40 dollari per il 2016. Ed è prevedibile, anche grazie al recente accordo tra Russia e Arabia Saudita, che nei prossimi tre anni la stima possa crescere a 50-55 dollari fino a raggiungere 65 dollari nel 2019. Naturalmente non considero la componente speculativa, che di solito enfatizza l’altalena dei prezzi”. Anche perché, rammenta, nelle oscillazioni del prezzo l’anomalia è rappresentata dal prezzo troppo alto piuttosto che dal contrario. E vale segnalare, a proposito dell’incidenza della speculazione, che se negli anni ’80 c’erano sei barili di carta (i cosiddetti futures) per ogni barile fisco, oggi si è arrivati a 50.

“Questi prezzi non possono reggere”. “I numeri dicono – spiega Descalzi – che la capacità produttiva inutilizzata effettivamente disponibile solo aprendo la valvola, e quindi senza attività alcuna o investimenti, è ridotta oggi al 2%, la più bassa mai registrata: 10 anni fa era al 9%. Nello stesso tempo, registriamo una reattività sproporzionata che scatta non appena si verifica un accumulo negli stock americani. A ciò si aggiunge il calo obbligato della produzione determinato dal declino naturale dei giacimenti in produzione pari a circa 5 milioni di barili al giorno. Fatti quattro conti, la situazione è tale che ormai è come se ogni anno sparisse la produzione del Kuwait e degli Emirati insieme. Bisogna inoltre considerare il calo causato del taglio netto degli investimenti legato al crollo del prezzo del barile. Considerando poi che sul finire del 2015 la produzione non Opec è scesa di 600 mila barili ed è destinata a ridursi ancora per mancanza di investimenti, il cerchio si chiude. Ecco perché questi prezzi non possono reggere”.

Effetto Iran non decisivo. Sull’effetto Iran, tornato in campo dopo l’accordo con gli Stati Uniti, Descalzi osserva: “A questi prezzi l’Iran può al più contribuire con 300-500mila barili al giorno, una quantità che non sposta nulla. Certo, Teheran potrebbe produrre altri 2-3 milioni di barili, ma per arrivare a tanto sono indispensabili almeno 150 miliardi di nuovi investimenti: improbabile che in un contesto simile si trovino 150 miliardi per un solo Paese”.

50 dollari, il prezzo della tranquillità. Tornando all’Eni, Descalzi spiega che il gruppo italiano aveva ipotizzato un prezzo di “63 dollari costanti nel quadriennio: ci avrebbero consentito una neutralità organica, coprendo dividendi e investimenti. Ora siamo scesi a 50 dollari: è il prezzo che in questa fase ci consente una relativa tranquillità. Ma noi abbiamo asset convenzionali, situazioni costruite in modo da sviluppare esplorazioni vicine alle nostre facility, una struttura di costi assai più bassa di altri. Basti dire che il nostro punto di pareggio tecnico è intorno a 20 dollari”.

Il tema del debito. “Sì, per noi è un fatto di grande rilevanza. Quando il petrolio viaggiava a 100-120 dollari il debito del gruppo Eni ammontava a 19 miliardi, con il greggio sotto 50 dollari siamo riusciti a ridurre la nostra esposizione a 11 miliardi. In altre parole, abbiamo dimezzato il debito  mentre il prezzo del greggio crollava fin quasi a un terzo. Il fatto eccezionale è che si tratta di due curve che raramente convergono”.