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Shell abbandona Italia. Tanti saluti a 2mld di investimento

ROMA – Shell esce dal Golfo di Taranto. Con sé si porta via anche i 2 miliardi di euro di investimento. La controllata italiana del gruppo olandese, che aveva presentato nel 2009 due istanze per la ricerca di idrocarburi, ha comunicato la rinuncia al ministero dello Sviluppo economico come agli inizi di febbraio aveva fatto la società Petroceltic in merito al permesso di ricerca nel Mare Adriatico meridionale, a largo delle isole Tremiti.

Nel ricordare che Shell aveva abbandonato ricerche di idrocarburi anche in Artico, il Coordinamento Nazionale No Triv osserva che le due istanze “interessano aree pesantemente ‘tagliate’ dai recenti decreti di riperimetrazione del ministero dello Sviluppo Economico, scaturiti dalle norme contenute nella Legge di Stabilità e, più a monte, dalla pressione esercitata dal Referendum No Triv”.

La Shell “lascia per i ‘troppi controlli'”, scrive il Coordinamento citando “una nota protocollata al Mise”. In particolare, “dopo il ‘taglio’ di oltre 450 kmq di mare posti entro i limite delle 12 miglia, su un totale di 1.350 kmq che per Shell facevano parte di un solo unico grande progetto di ricerca che il gruppo olandese non ha presentato come tale, bensì spezzandolo in due tronconi, per stare al di sotto del limite dei 750 kmq per singola istanza in modo da evitare procedure autorizzative più gravose”. Goffredo Pistelli su Italia Oggi inquadra la notizia nella più generale questione che mette in conflitto interessi strategici per industria e crescita e difesa dell’ambiente.

La vicenda del petrolio «made in Italy» porta alla luce l’ennesima contraddizione in casa dem, mostrando come in questo partito convivano un’idea moderna di sviluppo, che vuol conciliare crescita e tutela ambientale, e un conservatorismo militante che ripete il solito mantra secondo il quale l’unica ripresa per il Sud sarebbe quella di sole, mare, bei panorami e cibo insuperabile, ergo il turismo. Ma con camerieri immigrati.

Tutti fanno infatti finta di dimenticarsene, ma il primo e principale sostenitore della necessità di trivellare in Italia si chiama Romano Prodi, il quale, in un articolo di tre anni fa sul Messaggero, avvisò che se non lo avessimo fatto in fretta, i Croati dall’altra parte dell’Adriatico,ci avrebbero depredato. Ora del Professore si può pensare tutto, ma non che si un bieco «industrialista», disposto a sacrificare il nostro ambiente per due barili di greggio in più. (Goffredo Pistelli, Italia Oggi)