Blitz quotidiano
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Dal disastro del Sole 24 Ore un’ombra nera su Confindustria: vende sempre meno, perde € 50 milioni, un ad appena nominato in crisi cardiaca, presidente e consiglieri dimissionari

Sole 24 Ore, un disastro che non fa bene a Confindustria. A parte i soldi che la associazione degli industriali italiani per antonomasia ci dovrà mettere, per coprire il buco d 50 milioni di euro emerso alla fine dl primo semestre 2016, c’è anche un problema di immagine, perché dalla Confindustria, che detta regole a tutti, non ci sarebbe certo aspettati che col suo giornale finisse così. Per darsi più tono l’avevano anche quotato in Borsa, sognando forse chissà quali evoluzioni.

Invece è finita Gabriele Del Torchio, amministratore delegato appena nominato, operato d’urgenza (con successo) al cuore, a poche ore dall’annuncio di una perdita in 6 mesi di 50 milioni di euro, che ha determinato le dimissioni del presidente Giorgio Squinzi e altri 4 consiglieri (Carlo Pesenti, A.d. di Italmobiliare, Claudia Parzani, avvocato internazionale, Livia Pomodoro, ex presidente del tribunale di Milano, Mauro Chiassarini, A.d di Bayer Italia e Maria Carmela Colaiacovo).

Squinzi si era appena installato presidente del Sole 24 Ore alla scadenza del suo mandato di presidente della Confindustria, da dove aveva coperto e protetto l’operato del duo Benito Benedini (82 anni)-Donatella Treu, ultimi co-autori del disastro ma anche punto d’arrivo di una catena di errori iniziata molti anni fa. Nell’insieme è proprio la Confindustria a uscirne male, dovrebbe essere un faro di buona gestione ma il suo giornale sembra andare nella direzione opposta.

Gabriele Del Torchio è stato ricoverato d’urgenza all’Auxologico di Milano per un intervento al cuore, riuscito.
Il sindacato dei giornalisti, che finora non hanno patito nulla della crisi aziendale, se non le epurazioni operate dai direttori e pagate con fior di contanti dalla azienda, ha alzato la testa e ha sottoscritto un comunicato congiunto con impiegati e operai, che invece hanno versato le loro gocce di sangue sull’altare del vano sforzo), in cui invocano che venga sciolto il nodo della “responsabilità della voragine […] da cercare a tutti i livelli, soprattutto quelli più alti, cui andranno chiamati tutti coloro che hanno gestito la società in questi anni di agonia”.
Nessuno nomina il direttore, Roberto Napoletano, contro il quale nei meandri della redazione puntano molti ditini accusatori. Certo qualcuno dovrà mettere in discussione la strategia commerciale che ha privilegiato le copie digitali rispetto a una sempre più deprimente vendita in edicola (è fra i giornali che perdono più copie) che non si può escludere sia stata cannibalizzata dal proliferare delle letture su tablet pagata dalle aziende.
La crisi è esplosa con i conti del primo semestre, in cui l’azienda era ancora amministrata da Benedini-Treu, conti redatti però dal nuovo ad Del Torchio.
Del Torchio deve avere aperto un po’ di cassettti e il risultato è nella drammatica sequenza di numeri del comunicato ufficiale sui conti al 30 giugno 2016 (cliccare qui):
su ricavi per 151,8 milioni in calo dagli “omogenei” 158,6 milioni di un anno fa si ha un
ebitda (noto anche come margine operativo lordo o mol, pari a ricavi meno costi, senza considerare interessi, ammortamenti e tasse) negativo per 19,7 milioni di euro (era negativo per  2,8 milioni di euro nel primo semestre 2015) si passa a un
ebit (o risultato operativo, prima di oneri finanziari e tasse) di  -36,1 milioni di euro (fu -10,3 milioni di euro nel 2015, includendo oneri non ricorrenti pari a 14,8 milioni) per culminare nel numero finale, un
risultato netto negativo di 49,8 milioni di euro,
che, spiega il comunicato ufficiale, “risente della svalutazione di imposte anticipate per 10,4 milioni di euro, e si confronta con un risultato negativo rideterminato di 11,7 milioni di euro del 2015.
“Al netto degli oneri non ricorrenti il risultato netto è pari a -23,6 milioni di euro”.
I debiti netti sfiorano i 30 milion di euro, come a fine 2015, nonostante la politica praticata dalla Treu di non pagare i fornitori alle scadenze trimestrali per imbellettare i conti.
Tradotto in latino: il nuovo amministratore delegato ha fatto pulizia nei conti, per potere iniziare il suo lavoro senza dovere essere chiamato a rispondere di errori altrui. Questo ha acuito la tensione fra Del Torchio e Squinzi, culminata nelle dimissioni del secondo e nel coccolone del primo. Pettegolezzi aziendali che evidentemente avevano un certo fondamento davano i rapporti fra i due al livello di not speaking terms, cioè manco si rivolgevano la parola.
Per avere un’idea della catastrofe, vediamo i conti nel primo semestre dei principali gruppo editoriali italiani (i valori sono in milioni di euro, le cifre fra parentesi equivalgono a valori negativi,la prima cifra si riferisce al primo semestre 2016, la seconda al prim semestre 2015. Nessuno brilla ma tutti, tranne Caltagirone, hanno ebit positivo su fatturati sempre in calo. Da notare che anche la tanto vituperata Rcs ha registrato ebit positivo per la prima volta da anni
Mondadori (cliccare qui)
Ricavi 562,6 vs 518
Edtda  22,5 vs 19,0
Ebit   8,5 vs 9,2
Utile netto (3,8)  vs (3,4)
Ricavi 504,1 vs 519,3
EBITDA  33,9 vs 4,5
EBIT 6,3 vs ( 60,8)
Risultato netto ( 2,1) vs ( 95,4)
Espresso-Repubblica (cliccare qui)
Ricavi   292,9 vs 305,7
ebitda 27,3 vs 31
ebit 19,9 vs 23,6
Risultato netto  12,1 vs 22,1
Caltagirone editore (cliccare qui)
Ricavi 76,1 vs 80,3
Ebitda  (1.6) vs 0, 67
Ebit   (6) vs (4,8)
Netto    (0,27) vs 0,6
Nel caso del Sole 24 Ore, la crisi dell’editoria si è sommata a una serie di scelte sbagliate, che hanno preceduto e sono culminate nella quotazione in Borsa, motivata con ragioni tutte poco condivisibili, che però ha determinato la accentuazione alle spese senza senso, già iniziata con una faraonica sede, proseguita con iniziative brillanti quanto costose come la radio, nuove riviste, fughe dalla realtà nel business della cultura, per finire alle ultime vicende di gestione che sono al centro del mormorio nei corridoi della redazione. Il tutto condito da una politica retributiva dei giornalisti dissennata, cui i pochi risparmi dati dalla solidarietà degli impiegati non hanno dato un grande contributo.