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Statali dirigenti: premi e pagelle senza merito, conta solo l’età

ROMA – Statali dirigenti: premi e pagelle, conta solo l’età. “Un sostanziale appiattimento dei premi erogati, il cui ammontare risulta influenzato solamente dall’età”. A fare luce sulle cosiddette ‘pagelle’ dei dirigenti pubblici, e relative conseguenze in busta paga, è uno studio condotto da due economiste della Banca d’Italia, Roberta Occhilupo e Lucia Rizzica. Le conclusioni della ricerca portano a parlare di “inefficacia dell’attuale sistema di valutazione”, additando tra le cause dell’insuccesso “regole rigide e farraginose che si applicano in modo indifferenziato” indipendentemente dal tipo di amministrazione, “una carente programmazione degli obiettivi strategici” e “l’insufficiente autonomia gestionale e organizzativa riconosciuta ai dirigenti”.

Guadagni maggiori ai più anziani, riunioni superflue e obiettivi facili. Per ogni anno di età la gratifica si alza del 6%. Ecco cosa dicono i “piani di performance”. L’occasional paper di via Nazionale, intitolato “Incentivi e valutazione dei dirigenti pubblici in Italia”, ripercorre gli ultimi venti anni di interventi, dalle riforme degli anni Novanta ad oggi, attraverso un’analisi delle retribuzioni di risultato relative al 2012. L’indagine, riportata nelle pubblicazioni d’inizio anno (febbraio), scatta così una fotografia sulla dirigenza pubblica alla vigilia di un nuovo intervento, il decreto attuativo della delega Madia, il cui primo approdo in Consiglio dei ministri dovrebbe avvenire già entro questo mese.

Sono quasi 800 milioni di euro che ogni anno finiscono nella busta paga di 48 mila dirigenti pubblici senza o quasi alcuna giustificazione reale. In questo appiattimento generale a rimetterci sono i tanti operatori che danno l’anima senza ricevere alcun riconoscimento.

 

Sull’attuale piano del Governo lo studio aspetta a dare un giudizio “esaustivo” ma, allo stesso tempo, riscontra elementi che “potrebbero assicurare un percorso di carriera più ancorato alla competenza tecnica e al merito piuttosto che all’anzianità di servizio e alla vicinanza ai rappresentanti politici”. Il rapporto prende a campione 2.159 dirigenti ministeriali, osservando che “in media la retribuzione di risultato è pari a circa il 9% della retribuzione totale per i dirigenti di prima fascia e al 12% per quelli di seconda”.

Nel dettaglio, per la dirigenza top, di prima fascia, la ricerca riscontra “un sostanziale appiattimento delle retribuzioni di risultato”. “La poca variabilità osservata è poi frutto – aggiunge – di differenze tra le singole amministrazioni piuttosto che al loro interno”, dove la differenziazione “è pressoché nulla”. Passando alla ricognizione condotta sulla dirigenza regionale, l’analisi econometrica mostra “che l’età del dirigente è la principale determinante della sua retribuzione di risultato: ogni anno di età in più determina un aumento della retribuzione di risultato del 6%”.

E ancora, “il pos di un titolo di studio post-laurea, la conoscenza delle lingue straniere, le esperienze lavorative pregresse, invece, non incidono sulla retribuzione di risultato. Neanche le competenze tecniche del dirigente sembrano avere un peso: i dirigenti che ricoprono cariche nei settori affini a quello di laurea ricevono una retribuzione di risultato pari a quella degli altri”.

Ecco che, si legge nelle pagine finali, dall’analisi “empirica” emerge che “l’esperienza della valutazione della performance della dirigenza si è rivelata deludente”. Oltre ai fattori strutturali, tra le ragioni del flop viene indicate anche “la possibilità di revoca anticipata degli incarichi dirigenziali indipendentemente dagli esiti della valutazione, per motivi attinenti alla riorganizzazione interna”.