Economia

Web tax, un po’ di tasse per i colossi Usa, un po’ meno stangata per noi. Google, Facebook e Amazon…

Web tax, un po' di tasse per i colossi Usa, un po' meno stangata per noi. Google, Facebook e Amazon...

Web tax, un po’ di tasse per i colossi Usa, un po’ meno stangata per noi. Google, Facebook e Amazon…

ROMA – La web tax torna di attualità. Per far quadrare i conti della manovra e renderla più leggera per gli italiani, il Governo rispolvera il progetto di tassare i profitti fatti in Italia dalle multinazionali del web, Google e Facebook. Lo rivelano il Sole 24 Ore e il Messaggero di Roma.

Sul Messaggero, Andrea Bassi:

in vista della legge di stabilità, il Governo riapre il dossier web tax. L’indicazione, in qualche modo, l’aveva data direttamente il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Un contributo alla correzione da 3,4 miliardi di euro chiesta da Bruxelles per non avviare la procedura d’infrazione contro l’Italia, arriverà anche dalla rottamazione delle cartelle Equitalia. Il governo aveva stimato di incassare in tutto 7,2 miliardi di euro: 5 quest’anno e 2,2 il prossimo. Altri miliardi arriveranno dal rafforzamento del meccanismo anti elusivo dell’Iva, il cosiddetto split payment, al miliardo di tagli alla spesa dei ministeri e all’aumento delle accise sui tabacchi e delle tasse sui giochi.

Nel menù delle coperture allo studio ci sono gli interventi sugli sconti fiscali, la rottamazione del contenzioso fiscale sulla falsa riga di quella delle cartelle Equitalia e, dopo anni di discussione, anche una versione italiana della web tax.

Un progetto al quale sta lavorando uno dei consiglieri di Padoan, Mauro Maré. L’idea sarebbe quella di determinare la base imponibile dei giganti del web come Google, Facebook o Amazon, in base al traffico generato in Italia. Ieri anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha detto che sulla questione va trovata una soluzione. Una voce che si aggiunge a quella del procuratore di Milano Francesco Greco che aveva lanciato un’idea simile a quella di Maré ribattezzata “bit tax”.

Conferma il Sole 24 Ore che

anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si sarebbe detto favorevole alla webtax e, pur ammettendo che le multinazionali sul tema sono più veloci dei governi, ha spiegato che bisognerà intervenire. È quanto emerso secondo indiscrezioni nell’assemblea dei deputati Pd, durante la quale il presidente della commissione Bilancio Francesco Boccia ha chiesto se nel programma nazionale di riforma che accompagna il Def il governo deciderà sulla webtax. Altrimenti, ha scherzato, “c’è il rischio di trasformare il procuratore capo di Milano Francesco Greco nel quinto sottosegretario all’Economia”.

Francesco Greco, spiega il Sole 24 Ore, nel corso di una audizione in Commissione Industria e Finanze del Senato sul disegno di legge per la regolamentazione fiscale delle attività delle multinazionali del digitale, ha detto che

le aziende web “usano gratuitamente le autostrade digitali che altri privati o lo Stato mettono a loro disposizione mentre a pagare è solo chi è a valle”, ossia l’utente finale. In questo scenario, ha sottolineato il magistrato, una tassa del genere “parametrata ai bit” non sarebbe “incompatibile con le norme europee”.

Nel suo intervento, Greco ha quindi proposto di contrastare il fenomeno dell’elusione fiscale delle multinazionali puntando sopratutto sulla “tracciabilità dei flussi finanziari, delle merci, dei bit”, da accompagnare con una “normativa seria che incentivi l’uso della moneta elettronica e che ponga fine all’uso del contante in Italia”. La tracciabilità delle merci, in particolare, “ha due punti di controllo che sono le dogane e i magazzini di stoccaggio che son verificabili”, mentre “la tracciabilità dei bit implica la collaborazione dei gestori”, ha spiegato Greco.

Parlando dei profitti registrati dalla multinazionali del settore Internet, il procuratore di Milano ha evidenziato come questo non sia “allineato a quella dei normali commercianti”, e che le verifiche fiscali in corso anche in Italia come quello su Apple hanno in realtà “riguardato solo la grande distribuzione” e “non le transazioni retail online, che costituiscono il 50% del ricavato” di questi colossi del web perché ci sono “grandi problemi in termini di accertamento”. Nel mondo “non è stata ancora trovata una soluzione omogenea” per sciogliere il nodo della tassazione sul web, problema che deve essere affrontato “sotto il profilo della normativa antitrust, della fiscalità e della tutela dei dati che vengono raccolti”.

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