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“A Caporetto abbiamo vinto”: contro-storia di Stefano Lucchini, la disfatta come momento rigeneratore

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“A Caporetto abbiamo vinto”: contro-storia di Stefano Lucchini, la disfatta come momento rigeneratore

ROMA – “A Caporetto abbiamo vinto”: contro-storia di Stefano Lucchini, la disfatta come momento rigeneratore. Nel centenario della disfatta per antonomasia, Caporetto continua a evocare l’idea della sconfitta – militare, nazionale, politica – di una democrazia ancora adolescente. Ma la rotta che il 24 ottobre consentì la breccia austro-prussiana pone anche le basi, non solo militari, per una rigenerazione che condurrà alla vittoria finale del 1918. E’ la lettura di Stefano Lucchini in “A Caporetto abbiamo vinto”, più una contro-storia ragionata che una provocazione editoriale. A partire dalla strumentalizzazione in chiave nazionalista che ne fece il regime fascista.

Così, nel 1924, Mussolini nomina contemporaneamente “marescialli d’Italia” sia Armando Diaz, il generale della vittoria, sia Luigi Cadorna, il “dittatore” della guerra italiana, l’artefice delle “spallate” sull’Isonzo che avevano provocato centinaia di migliaia di morti per la conquista di pochi chilometri di territorio, il supremo responsabile dell’esercito al momento di Caporetto. Con questa sorta di risarcimento nei confronti di Cadorna – prima rimosso dal comando, poi chiamato in causa dalla commissione d’inchiesta e più volte attaccato sul “Popolo d’Italia”, dalle agenzie di stampa vicine al governo e dallo stesso Mussolini – il regime vuole seppellire il ricordo di Caporetto. Scompaiono la rotta e lo sbandamento di centinaia di migliaia di soldati; si recupera invece l’idea della “ritirata strategica” sul Piave, quasi fosse una scelta volontaria per meglio resistere alle ultime sfuriate nemiche. Se a Caporetto non abbiamo vinto, grazie a Caporetto avremmo comunque posto le basi per la vittoria dell’autunno 1918.

Paradossalmente, in questo travisamento provvidenzialistico della realtà è racchiusa una punta di verità. Potremmo infatti dire che occorreva una disfatta come quella di Caporetto per liberare l’Italia dalla dittatura di Cadorna, arrivare a una riorganizzazione sotto la guida del generale Diaz, risparmiare ai soldati inutili assalti, assicurare riposi e avvicendamenti. Fu tutto questo che rese possibile la vittoria. Ed è per questo che sulla figura di Cadorna e sul suo posto nella storia e nella memoria degli italiani dovremo tornare nelle conclusioni di questo volume. (“A Caporetto abbiamo vinto” a cura di Stefano Lucchini, edito da Rizzoli)

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