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Diritto alla felicità, esiste? E come si declina? La lezione di Michele Marchesiello

Esiste il diritto alla felicità? Michele Marchesiello lo esplora in un libro

Esiste il diritto alla felicità? Michele Marchesiello lo esplora in un libro

ROMA – Che cos’è la felicità? Dal mondo antico all’umanesimo cristiano, fino ad arrivare alle moderne democrazie, questo misterioso anelito ci accompagna. Fior fior di psicologi e filosofi, ma anche biochimici e genetisti, si esercitano da decenni a cercarne le radici, o forse il segreto. Il Bhutan, l’ultima monarchia buddista himalayana, ne ha fatto un piccolo regno, incastonato tra i giganti India e Cina e invidiato dal mondo intero. Il Bhutan è infatti noto per aver inventato e introdotto l’Indice della Felicità Lorda (Fil) come alternativa alla classica misurazione del Pil. E dal 2012 l’Onu ci ha imposto di festeggiare la felicità in un preciso giorno, il 20 marzo, per sancire questo obiettivo tra quelli da perseguire in tutte le Nazioni.

Gli americani, per primi, ne hanno fatto un diritto inalienabile dell’uomo, scolpito a chiare lettere nella loro Dichiarazione d’indipendenza. Era il 4 luglio del 1776 quando con massonica fiducia nelle sorti grandiose e progressive dell’umanità, i padri costituenti americani stabilirono che “a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”.

Su questo tema si interroga un interessante libretto intitolato Felicità? 41 variazioni sulla felicità (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2016). Lo ha scritto Michele Marchesiello, ex magistrato (ora a riposo), che ha sempre cercato di conciliare le incerte ragioni della giustizia con quelle altrettanto incerte del diritto. Da alcuni anni si occupa dei rapporti tra diritto e letteratura, nella speranza di incrementare le frequentazioni tra giuristi, letterati e cittadini. Tra i suoi lavori in questa direzione: Il diritto allo specchio della letteratura, con Roberto Negro (De Ferrari editore, Genova, 2011) e Shakespeare in Law: il diritto come Commedia degli Errori, (De Ferrari editore, Genova, 2015).

Nel suo ultimo libro Marchesiello esplora un diritto tanto suggestivo, quanto sfuggente. Quella pursuit of happiness, la ricerca della felicità, citata dalla Costituzione americana e che ha dato titolo e spunto anche a un sopravvalutato film del 2006 con Will Smith e diretto da Gabriele Muccino.

Cosa vuol dire essere felici? E’ la domanda da cui parte l’autore. La risposta nessuno l’ha mai pienamente afferrata. Anche perché, presa alla lettera questa espressione, paradossalmente infelice, non vuole dire alcunché: la felicità, indicibile, non comunicabile, è semplicemente l’orizzonte del nostro essere-al-mondo, della nostra pretesa di esistere.

Finché viviamo, aspiriamo alla felicità, la inseguiamo, la ricerchiamo, per essere fedeli all’espressione di Benjamin Franklin. La felicità può essere intesa come realizzazione di sé, e quindi fine ultimo e assoluto della vita di ogni individuo, o come valore subordinato ad altri valori, come la patria, la famiglia, la religione. Può essere perseguita come felicità individuale o può diventare un valore sociale. Ma esiste oggi un diritto alla felicità? E come si declina?

Se non esiste un vero e proprio diritto a essere felici, ci spiega Marchesiello, ne esiste però uno, davvero innato e, in questo senso, costituzionale, alla ricerca della felicità.

Attraverso il riconoscimento moderno di questo diritto, la felicità assume una valenza politica che ne fa un bene comune. Tutti noi abbiamo il diritto di perseguire una vita felice e, contemporaneamente, non possiamo dirci felici se la nostra felicità rimane un bene privato, esclusivo, egoistico. In una democrazia autentica, il garantire a tutti la ricerca della felicità è il necessario obiettivo della politica.

È una ricerca che dev’essere diritto di ogni cittadino perseguire, anche se ha come obiettivo la felicità individuale e personale. Non esistono felicità collettive ma esistono (o possono esistere) collettività fondate sulla sua ricerca comune, o in comune. In Occidente, nelle democrazie moderne, il concetto di felicità è sovente sostituito da “diritti” e “libertà”. E’ un diritto ormai consolidato e consiste sostanzialmente nell’aspirazione alla libertà e all’affermazione di sé stessi, della propria capacità e dei propri talenti.

Così lo hanno inteso i padri costituenti italiani: “Il pieno sviluppo della persona umana” è un valore sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione. La realizzazione sul piano oggettivo della persona umana, della propria essenza, vale a dire su un piano inter-soggettivo visibile e condivisibile da tutti, è intesa come identica sul piano soggettivo alla felicità del singolo.

La felicità individuale, tipica del mondo pre-cristiano, si è affermata nella modernità, ponendosi al centro del nostro umanesimo e dell’economia contemporanea. Ma non esiste un diritto alla felicità, soprattutto la felicità non si trova se diventa il fine unico del nostro agire.

The pursuit of happiness, ci insegna allora Marchesiello, è la sola condizione perché individuo e mondo, società e cittadino si ricompongano: deve quindi contrapporsi a ogni regime proprietario, fondato ineluttabilmente sulla separazione di diritto vigilata dall’Autorità, sull’esclusione resa legale, su una condizione, assicurata dal Potere, che privilegia il godimento esclusivo dei beni: della roba, anche di quella che si definisce immateriale.

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