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Enzo Tortora, lettere dal carcere: “Cara Francesca, sono umiliato fino al midollo”

ROMA – “Cara Francesca, mi sento umiliato fino al midollo”. Così scriveva Enzo Tortora dal carcere di Regina Coeli alla compagna Francesca Scopelliti. Era il 15 settembre 1983 e il noto conduttore televisivo era detenuto ingiustamente già da oltre tre mesi e ancora altri ne sarebbero passati prima del suo rilascio. Sette mesi di calvario, dal giorno del suo arresto, il 17 giugno 1983, fino al 17 gennaio 1984, quando gli furono concessi i domiciliari, e oggi raccontati in 45 lettere che sono diventate un libro “Lettere a Francesca” edito da Pacini Giuridica (p. 208, 18 euro).

Il libro, a 33 anni di distanza, vuole essere una testimonianza di quella drammatica vicenda, della forza, della dignità e del coraggio dell’uomo ingiustamente infamato e accusato, oltre che un atto di accusa e un manifesto politico per raccontare il disprezzo per la dignità e la libertà di un essere umano recluso.

Accusato ingiustamente di spaccio di sostanze stupefacenti e associazione di stampo camorristico, il conduttore televisivo scrisse della sua rabbia, del dolore anche fisico che fu costretto a patire e della sua disperazione: “Sono atterrito – scriveva – guarda per me il mare”. Al punto da non sentirsi più italiano: “Sto pensando di chiedere il cambio di cittadinanza. Questo Paese non è più il mio“.

Il libro nasce dall’incontro di Francesca Scopelliti e della Fondazione Enzo Tortora con l’Unione delle Camere Penali Italiane e dalla condivisione di valori politici e civili che sono maturati intorno alla figura e alla vicenda di Tortora, convergendo nel tempo sui temi della responsabilità civile dei magistrati, della terzietà del giudice, della separazione delle carriere e dell’analisi e della condanna del fenomeno della mediatizzazione del processo penale.

Il quotidiano la Repubblica pubblica alcuni stralci:

LA PRIMA LETTERA
“È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia. Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove».

PIGIATI IN SETTE IN POCHI METRI
“Mio caro amore, ci pigiano, in sette, in pochi metri. Come puoi immaginare non è esattamente il Circolo del Golf. Martedì o giovedì avrò, a quel che si dice, un confronto con un criminale o due che non ho mai visto, e poi non so. Quello che so è che la lotta fra me, innocente, e l’accusa, ormai impegnatissima a dover dimostrare il contrario (un altro aspetto di questa farsa italiana) continuerà a lungo”. ( 2 luglio 1983)

NON HANNO NIENTE
“Visto? Annullato questo interrogatorio. Non hanno niente in mano. Ora cercano follie fiscali, si ridurranno a dimostrare che non ho pagato l’Iva o che i soldi della Grappa Piave ( di cui Tortora era testimonial) erano di Turatello. Non ridere. È così”. ( 11 luglio).

GUARDA PER ME IL MARE
“Ricevo i tuoi messaggi e ti so almeno, al mare. Chissà perché si dice “al fresco”. Io muoio di caldo, in cella. Balza fuori da ogni cella d’Italia un criminale che pur di guadagnarsi uno sconto mi accusa di ogni pazzia, spero la difesa passi duramente al contrattacco. Mi sono rapato e sono atterrito dal vedere come questa mia esperienza mi abbia trasformato: non ho più un pelo nero. Guarda per me il mare, baciami un fiore”.

LINCIATO E CROCIFISSO
“Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters”. ( 31 luglio)

SONO VIVO PER MIRACOLO
“Esplodono fuochi artificiali (miei numeri telefonici nelle agende dei killer!!): questa croce doveva capitare a me. Non ti dico, Cicciotta, come sto. Spesso mi sembra un miracolo l’essere vivo. Ho visto le foto di mia madre infamata (“Gente”) persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato “il caso”, “il giallo”: tutto ciò che odio”. ( 11 agosto)

CAMBIO CITTADINANZA
(Prima lettera dal carcere di Bergamo). “Cicciotta, ho un tremendo mal di testa. Fuori piove, e io come casalinga (debbo lavare, pulire, spazzare, eccetera, a Regina Coeli almeno facevamo i turni) mi sto rivelando una frana. Sto accarezzando l’idea di chiedere il cambio di cittadinanza. Questo Paese non è più il mio”. ( 24 agosto)

PROCESSI FASCISTI
“Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali”. ( 30 agosto)

NOSTALGIA DEL CINEMA
“Ciccia, la domenica è due volte galera. Perché si spengono persino gli esili fuochi che contrappuntano questo deserto: la posta, una possibile visita, un qualcosa insomma. Mi fa piacere leggere sui giornali che al cinema danno ancora Tootsie e Gandhi, è come una conferma che io te li abbiamo visti, dunque era vero che esistevamo e che c’è stato un tempo in cui andavamo al cinema tenendoci per mano”. ( 31 agosto)

LA VISITA DI MONTANELLI
“Ieri sera è venuto a trovarmi Montanelli: è stato terribile. Ma lui è stato molto caro. Solo ci si sente, non so come dirti, umiliati fino al midollo” ( 15 settembre)

I GIUDICI TI ROSOLANO
“Domani vedrò gli avvocati che hanno già ricorso al Consiglio della Magistratura. La tortura che i nazisti infliggevano era più rozza, ma migliore. Un colpo alla nuca, e via. Ma questi ti rosolano a poco a poco, fra i tormenti. Solo tre categorie di persone (ho scoperto) non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati. La cosa più atroce è non poter fare nulla, se non aspettare”. ( 2 ottobre)

LA CELLA ALLAGATA
“Ho combinato un disastro nel cesso, lasciando il rubinetto aperto del piccolo lavabo, e così ho allagato la cella. Sai cosa costa all’erario un detenuto, al giorno? 180 mila lire al giorno! Potrei dormire all’Hilton, prendendo il resto, e senza dover fare lo sguattero”. ( 3 ottobre)

RESISTERE
“Che faccio? Se lo domandano tutti. Resisto. Spero mi cambino le medicine: mi deprimono molto”. ( 13 ottobre)

POCHE ILLUSIONI
“Ho parlato con Della Valle, reduce da Napoli. Non c’è da farsi la minima illusione. La mia vittoria, enorme, sull’ultima infamia, a loro non fa né caldo né freddo. L’ostilità del giudice istruttore, in combutta palese con i due pm, autori della retata, è enorme. Ricorreremo in Cassazione. O prosciolto in quella sede, o ammanettato a Napoli, in processo, con altri 20 camorristi”. ( 27 ottobre)

COME NEL FILM DI SORDI
“Alle 22,30 ti chiudono anche la porta, ti danno quattro giri di chiave ulteriori (ormai ogni giro è una coltellata). Ogni tre ore passano e ti accendono la luce. Se sei al cesso, un buco apposito consente loro di vederti. Non è cambiato niente dal film di Sordi”. ( 9 novembre)

MI SONO ARRESO
“Ho capito di avere perso. Ero convinto di aspettare qui il processo in tempi di qualche mese. Morale: mi sono arreso. Un’umiliazione infinita”. ( 16 novembre)

NON MENDICO LA LIBERTÀ
“La libertà provvisoria(!), chiesta, mendicata: è ripugnante. Non è da me, insomma. Non faccio che vedere neurologi, cardiologi, osteologi, reumatologi. Sono in carteggio con Annamaria Ortese». ( 26 novembre) NATALE IN CELLA
«Natale, da qui, è semplicemente ridicolo. L’ho passato rileggendo L’asino d’oro di Apuleio. Si è impiccato in cella un uomo. Una scena atroce. Siimi vicina, Cicciotta mia. Ti dico: buon Natale, va bene?” ( 25 dicembre)