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I Beati Paoli: torna in libreria il fuilleton siciliano degno di Dumas

ROMA – I Beati Paoli: torna in libreria il fuilleton siciliano degno di Dumas. Torna uno dei romanzi popolari più fortunati del Novecento, un fuilleton uscito a puntate sul Giornale di Sicilia tra il maggio del 1909 e il gennaio del 1910, grande romanzo storico siciliano che dava la forza di epopea letteraria a un’antica leggenda siciliana, ma assieme, col suo successo, ha creato il mito di una società segreta che opera a protezione degli oppressi in cui non pochi hanno nel tempo intravisto una sorta di legittimazione e narrazione delle origini della mafia.

Lo ricorda anche Giuseppe Tornatore, dopo aver definito ‘I Beati Paoli’ romanzo ”avvincente, misterioso, spettacolare, ricco di personaggi indimenticabili…. costruito su una tessitura narrativa moderna. Una lettura che non deluderà mai”. Alla sua prima uscita, e poi nelle ristampe ufficiali e clandestine lungo 60 anni, il libro portò come autore un nome inglese, William Galt, e solo nel 1971, in un’edizione Flaccovio che lo rilanciò ai nostri tempi, venne recuperato il nome vero dello scrittore Luigi Natoli (Palermo, 14 aprile 1857 – Palermo, 25 marzo 1941), nato in una famiglia di ardenti ideali risorgimentali se si racconta che nel 1860 sua madre, alla notizia dello sbarco dei Mille, fece indossare a tutti, bambini compresi, la camicia rossa, così che vennero arrestati in blocco a Palermo.

Nella sua vita insegnò nei licei e si dedicò allo studio della storia, pubblicando tantissime opere di narrativa (con lo pseudonimo di Galt) e di ricerca. La setta tenebrosa dei Beati Paoli con il loro tribunale implacabile entrò velocemente nelle dicerie e nelle fantasticherie popolari, accettata come verità storica indiscussa e con un desiderio nemmeno tanto segreto di riscatto degli ascoltatori del popolino che si ritrovava avvinto nelle case e nelle portinerie attorno a chi era in grado di leggere.

Il libro comunque, con la sua arte di coinvolgere il lettore, quasi a forza arrivava via via anche nei salotti della borghesia siciliana. L’enorme successo si doveva quindi, da una parte, a un’aderenza a un sentimento e una vecchia storia popolare molto sentita, e dall’altra all’arte dell’autore, allievo sembrerebbe del miglior Dumas, che costruisce un intrico fittissimo di vicissitudini private legate anche a una serie di segreti inconfessabili, di odi di famiglia o di società, assieme a alcuni personaggi dalle imprese coraggiose, a contraltare di tanti altri dalle cospirazioni vili, tra sentimenti nobili e meno, tra violenze, amori travolgenti, agnizioni, tra grandi e trascinati passioni, vendette e punizioni nel drammatico gioco eterno della lotta tra bene male, con un inevitabile lieto fine.

Tra i tanti personaggi primeggia per certi versi don Raimondo Albamonte della Motta che si libera dei parenti per appropriarsi di averi e titolo e per ingraziarsi il re gli cede anche la propria moglie, ma finisce perseguitato dalla setta dei Beati Paoli che, in nome della giustizia, si oppone ai suoi efferati delitti con metodi spesso non meno cruenti. Siamo nel Settecento, il periodo in cui la Sicilia passa dagli spagnoli ai Savoia, poi ripresa e contesa anche dagli austriaci, ogni volta dando luogo a feroci rivalità, rivincite e vendette tra nobili dell’isola di ogni grado.

E la narrazione, come in un manuale ottocentesco di recitazione, sfrutta, usa e abusa di metafore, descrizioni di personaggi (neri i cattivi, luminosi i buoni), di situazioni, descrizioni e espedienti molto connotati, di maniera e dal fondo manicheista. A questo punto perde interesse e non ha alcuna ragione per il lettore divertito e conquistato chiedersi quanto ci sia di vero nel romanzo e che rimandi a questa setta misteriosa e di cui si dice le origini risalgano alla fine del XII secolo.