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Pierre Drieu La Rochelle nella Pléiade, 71 anni dopo il suicidio con gas e gardenal

La foto di Gennaro Malgieri

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Pierre Drieu La Rochelle è stato finalmente, dopo una lunga attesa, accolto nella Pléiade. E’ accanto ai grandi. Nessuno più in Francia si permette di dubitare della sua genialità e della sua dimensione letteraria. Il tempo della demonizzazione è finito. Ma non perché è trascorso del tempo. Perché fu lui, quel 15 marzo 1945, quando decise di farla finita con il gas ed il gardenal ad aver riconosciuto di aver servito una “causa sbagliata”. “Non era colpa mia se quel nemico non era intelligente. Esigo la morte”. E la morte arrivò rapida. Ma la sua fama, con tutte le difficoltà del caso, cominciò a crescere.

Non sono stati in molti nel dopoguerra a chiedersi come è perché Drieu è diventato ciò che è stato. Se tutti avessero letto “Stato civile”, la sua autobiografia giovanile, probabilmente avrebbero capito la psicologia dello scrittore e non si sarebbero data tanta pena a cercare i tanti perché racchiusi nella sua vita.

Dopo la celebrazione di Drieu a cui nessuno si è sottratto negli ultimi anni, così come accadde ad un altro scrittore maledetto, Louis -Ferdinand Céline, indagare ancora sulla sua emersione nel mondo delle lettere francesi è d’obbligo, così come obbligatorio è chiedersi come mai l’uomo che scelse la “parte sbagliata” era amico di Aragon, di Eluard, di Malraux, dell’intellighentia che si sarebbe combattuta, ma con la lealtà degli avversari che si stimano. Il “Diario” di Drieu, pubblicato in Italia qualche anno fa dal Mulino, ci offre alcune coordinate al riguardo che invitano ad aprire un baule colmo di annotazioni e, fino a poco tempo fa, di “segreti”. Adesso che il vaso è stato aperto del tutto, ci si può porre la domanda che a lungo è stata aggirata.

Perché un intellettuale francese ventottenne, ancorché già fornito di esperienze significative, sente il bisogno di scrivere la sua “autobiografia”? Domanda che nessuno si porrebbe se il soggetto non fosse Pierre Drieu La Rochelle (o qualcuno a lui affine, un Mishima per esempio).

Nel caso dello scrittore francese è assolutamente pertinente. Pubblicando nel 1921 “Stato civile”, un consuntivo della sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza – dunque della formazione – lo scrittore francese intende offrire a se stesso, sia pure in forma appena romanzata, uno specchio nel quale guardarsi. Un modo per collocarsi sulla via di un viaggio intrapreso e cercare nel contempo di non perdere nulla, come si fa scrivendo quotidianamente un diario (immagine evocata dallo stesso Drieu in un’altra sua opera).  Con il senno di poi, avendo letto i romanzi ed i saggi della maturità, possiamo dire che “Stato civile”, meritoriamente pubblicato da Bietti,  è una sorta di biglietto da visita di un uomo che ha prestato se stesso alla decifrazione della decadenza raccontando “il male di vivere di una generazione inquieta e senza più eroi”, come acutamente sottolinea Stenio Solinas nella smagliante presentazione  al volume non a caso intitolata “Infanzia di un capo”.

E che un “capo” Drieu sia stato, pur senza avere un esercito o un popolo da guidare, è incontestabile. La sua natura era quella di un audace sfidante, di un temerario avventuriero: “L’anima di un eroe si era annidata per un po’ nel mio corpo. La mia intelligenza fioriva. Imparavo e ricordavo tutto. Ed ero buono, padrone della mia lingua, delle mie mani, dei miei occhi”.

Tutto questo lo doveva all’educazione ricevuta, al cimento con se stesso cui era stato invogliato da prove che gli si offrivano in famiglia, durante le vacanze, tra i banchi di scuola o nel cortile del collegio. E mentre diventava uomo e la bellezza prendeva ad ossessionarlo e le donne ad eccitarlo ed il  sentimento di superarsi a dannarlo in qualche modo, i “maestri” si affacciavano sulla balaustra in costruzione della sua vita intellettuale e spirituale. Si era imposto una regola, aveva scoperto una gioia virile: “Domare il mio spirito, che avrebbe dovuto essere lo strumento perfettamente forbito di una meditazione continua”. E naturalmente incontrò Nietzsche e Whitman, d’Annunzio e Barrès, Maurras e Péguy. Risultarono decisivi, non meno dell’esercizio esaltante della sopravvivenza in trincea ed alla scoperta del corpo femminile come una sorta di epifania religiosa la cui mancanza lo avrebbe tormentato.

Così, vivendo un’adolescenza “oscena” e “chiassosa”, “ironica” e “ribelle”, Drieu si preparava alla vita e alla morte, attraversando come un tornado l’amore. “Stato civile” è il resoconto di un noviziato. Elegante, ma non fatuo. Da leggere settantuno anni dopo il suicidio di colui che lo scrisse per ricordare a se stesso chi era.

PIERRE DRIEU LA ROCHELLE, Stato civile. Un’autobiografia, Bietti, pp. 142, 14,00 euro.