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“Africa”, “Dio o niente”, Robert Sarah dal villaggio in Guinea a cardinale e ora…

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Parole dimenticate che avrebbero lasciato il segno. Parole che ritornano e commuovono. Parole che mettono fine a tante incomprensioni rilette oggi alla luce di quanto sta accadendo nella Chiesa. Eccole. “L’Africa è la nuova patria di Cristo”, disse Paolo VI approdando nel Continente africano il 29 luglio 1969. E Papa Benedetto XVI l’ha ribadito nel viaggio in quella stessa martoriata terra. Con spirito ed intendo analogo il regnante Pontefice Francesco ha aperto la prima Porta Santa a Bangui, estrema periferia del mondo, capitale della Repubblica Centroafricana.

E che sia Nova Patria Christi, ce lo ricordano i presuli africani in prima linea nel difendere il diritto della Chiesa ad esistere, testimoniando, spesso in maniera drammatica, l’evangelizzazione dell’Africa sempre spiritualmente più viva, nonostante povertà, privazioni, persecuzioni la tengano in ostaggio. E quanto sia dinamica la pastorale in quelle terre lo ha sottolineato Papa Bergoglio al quale fanno eco  dodici vescovi e cardinali africani che in un libro collettaneo, “Africa”, pubblicato da Cantagalli, ci immettono nella vitalità del cattolicesimo africano segnato dalla fedeltà alla dottrina della Chiesa come raramente è dato riscontrare in Europa e nelle Americhe.

Il volume è curato dal cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino, riferimento ormai indiscusso dell’ortodossia e spiritualmente apprezzato anche da chi ha avuto un altro percorso formativo rispetto al suo.

Tra “corvi” e “gufi” in Vaticano, si dice che voli sempre più in alto Sarah, le cui riconosciute doti di evangelizzatore lo pongono in posizione eminente nel collegio cardinalizio.

La sua storia, tutt’altro che banale come potrebbe essere quella di un qualsiasi ecclesiastico che ascende alla porpora secondo un percorso lineare, è narrata da lui stesso in una lunga conversazione sulla fede con lo studioso francese Nicolas Diat. “Dio o niente”, in un volume pure edito da Cantagalli,  sempre più letto e citato da quando,  è una memoria sulla conquista della fede e la pratica di un cattolicesimo a dir poco eroico da quando Sarah fu nominato, a soli 34 anni, arcivescovo di Conakry, capitale della Guinea, e cominciò il suo lungo braccio di ferro con il regime comunista del sanguinario Sékou Touré il quale dispose per lui l’arresto e la condanna a morte: entrambe, fortunatamente,  disattese per la scomparsa del tiranno. Un miracolo? Nell’ottica di Sarah senz’altro. Ma anche nella percezione di chi gli era accanto e con lui proseguì la lotta per il riconoscimento dei diritti umani e della salvaguardia della dignità della persona in una regione afflitta dal tribalismo elevato a forma di potere.

Ma anche al neo-colonialismo, all’occidentalizzazione forzata, alla miseria sulla quale prosperavano i nuovi potenti l’arcivescovo Sarah si è opposto fermamente rischiando la vita, fino a quando non fu creato cardinale da Giovanni Paolo II che  lo chiamò a Roma come segretario della Congregazione dell’Evangelizzazione dei popoli; poi fu nominato da Papa Ratzinger, al quale culturalmente è molto prossimo, a capo del Pontificio Consiglio Cor Unum. Ma è la liturgia il campo a lui più congeniale nel quale si cimenta con uno spirito davvero “guerriero” per contrastare le derive eterodosse che ne stanno minando le fondamenta. La liturgia, sostiene, “è un momento in cui Dio desidera essere, per amore, in profonda unione con gli uomini…Non bisogna cadere nel trabocchetto che vorrebbe ridurre la liturgia a un semplice luogo di convivialità fraterna…La Messa non è uno spazio in cui gli uomini si ritrovano in un banale spirito di festa”. E perciò la dignità degli abiti e degli arredi liturgici, la bellezza del raccoglimento sottolineato da canti e preghiere fanno parte di una Chiesa che voglia trasmettere l’idea del sacro. Oggi malauguratamente constatiamo l’impoverimento di tutto ciò e la liturgia è diventata uno “spazio profano”.

Il bambino povero del villaggio di Ourous, divenuto principe della Chiesa, dalla vicinanza alle pratiche liturgiche benedettine, inculcatagli dai missionari spiritiani, ha tratto la convinzione che “il silenzio di Dio dovrebbe insegnarci quando si deve parlare e quando è meglio tacere”. Oggi la Chiesa è chiassosa, fa intendere il porporato, e c’è bisogno di recuperare quella dimensione sacrale sulla quale si sono sovrapposte mode che hanno snaturato la stessa liturgia come strumento di comunicazione con Dio.

Sarà per questo che i modernisti che popolano la Chiesa guardano a Sarah come ad un nemico della secolarizzazione. Ma il misticismo e la dottrina del cardinale guineano hanno finora avuto ragione di coloro che con approssimazione si sono confrontati con lui uscendone piuttosto malconci. Se davvero l’Africa diventerà Nova Patria Christi, secondo l’auspicio di alcuni degli ultimi Pontefici, sarà anche merito di presuli ed evangelizzatori come il cardinale Robert Sarah la cui visione del cattolicesimo non si discosta dalla Tradizione che vivifica attraverso un’opera di rimessa a posto delle idee lottando, con tenacia e sempre avendo presente il piano misericordioso di Dio, contro il “fumo di Satana”. E’ un uomo nuovo eppure antico il porporato che ha raggiunto l’Europa dalla Guinea assecondando un disegno più che umano.

 Robert Sarah, Dio o niente, Cantagalli, pp.373, 22 euro

AA.VV., Africa, a cura di Robert Sarah, Cantagalli, pp. 233, 18.50 euro