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Alfredo Oriani, piacque a Gramsci e Croce il mito italiano del veltro: Mussolini, Togliatti, Berlusconi, Monti…

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Se c’è un’opera che con un andamento “carsico” ha attraversato il Novecento, influenzando le personalità della politica e della cultura più diverse, questa è senza alcun dubbio La rivolta ideale di Alfredo Oriani (Faenza, 22 agosto 1852 – Casola Valsenio, 18 ottobre 1909). Un’opera che da Mussolini a Spadolini, da Gramsci a Gentile, da Missiroli a Gobetti, da Papini a Serra, da Prezzolini a  Croce, da padre Gemelli a Berto Ricci non ha lasciato indifferente nessuno tra coloro che hanno, sia pur con intenti diversi, cercato di dare un senso ad un’epoca che sembrava non averla.

Oggi la leggiamo, grazie alla ripubblicazione proposta dall’editore Nino Aragno e curata da Lorenzo Ornaghi, con lo stesso spirito di quanti, si sentivano smarriti in seguito alla Grande Guerra. Cerchiamo anche noi un ideale, individuale o collettivo poco importa, che sia in grado di farci resistere alla crisi spirituale e culturale dell’Europa non diversamente da quanto si avvertiva nei primi due decenni del secolo scorso? Se la risposta dovesse essere positiva, il “testamento” di Oriani, per quanto eccentrico rispetto al nostro tempo, fa per noi. E già questo ci convince che l’opera in questione è davvero un “classico” divenuto tale da quando le nubi cominciarono ad addensarsi sui destini del Vecchio Continente.

Nel 1908, un anno prima della morte, Oriani pubblicò La rivolta ideale senza farsi eccessive illusioni. Come non se n’era fatte quindici anni prima quando diede alle stampe l’imponente Lotta politica in Italia. Entrambe le opere caddero nel vuoto. Come tutti i profeti inascoltati ebbe ragione soltanto “dopo”. E per quanto numerosi intellettuali si protesero incuriositi sul “solitario del Cardello”, furono soprattutto i nazionalisti (Federzoni in particolare) a “rilanciarlo”. La sua opera omnia in trenta volumi venne pubblicata nel Ventennio. Dopo si disse, com’era fatale, che lo scrittore faentino cadde nel dimenticatoio proprio per la sua “fascistizzazione” che non impressionò un serio studioso come Giovanni Spadolini o prima di lui Benedetto Croce. Era inevitabile. Qualcuno tenta adesso di “defascistizzarlo”, come se fosse stato egli stesso l’artefice della propria fortuna postuma.

Oriani appartiene a tutti, al di là delle passioni passate e di quelle (se ve ne sono) presenti. Resta il suo pensiero ed il complesso di un’opera con cui confrontarsi sia nel giudicare la decadenza che vedeva procedere a rapidi passi fin dai tempi di Dogali, sia nel considerare (o ri-considerare) lo Stato-nazione che giudicava pericolante ed oggi ne contempliamo le macerie.

La rivolta ideale  venne scritta in cento giorni e, a giudizio del suo autore, era il suo «libro migliore». Un libro che tuttavia, come Oriani stesso presagiva, sarebbe cascato “nel solito pozzo del silenzio”. E così avvenne. Soltanto dopo alcuni anni si accese l’interesse attorno al  volume ed al suo autore.

L’editore Laterza, infatti, su consiglio di Croce, prese a ristampare numerose opere di Oriani e, per la loro «viva ricchezza spirituale», le  indicò come il frutto di «un artista oggettivatore di drammi d’anime ».

A giudizio di Benito Mussolini, poi, il quale già nel 1909 – fra i pochissimi estimatori – l’aveva giudicata «magnifica», l’opera conclusiva di Oriani rispecchiava, «in uno stile conciso, tacitiano che basterebbe da solo a costituire la gloria di uno scrittore», tutti i problemi, le passioni, le angosce e le speranze «del nostro tempo».

Infatti l’opera  di Oriani rivela una sorprendente attualità quando i tempi diventano più difficili. Sicché coloro che sono più sensibili alle convulsioni della storia riconoscono nella definizione che dà il senso al volume la via verso l’impegno e possibilmente il riscatto: “L’ideale solo è vero”. E’ questa la “cifra”, secondo Ornaghi, “con cui l’autore vorrebbe far riconoscere e apprezzare senza troppe incertezze o fraintendimenti l’anima della sua opera”.

Dopo aver passato in rassegna le problematiche spirituali connesse alle ricadute esistenziali e politiche della “modernità”, Oriani si congeda con struggenti parole contenute nell’ “Appello” che, sempre secondo Ornaghi, “è l’incitamento ad affrancarsi da ogni rassegnata accettazione della condanna, a combattere ogni pretesa fatalità del declino”.

Eccole le parole di Oriani: “Adesso che la mia giornata s’interrompe nei crepuscoli della sera, guardo ancora alle cime pensando che sarebbe stato meglio il non discenderne mai, per quanto esse non siano più vicine delle pianure al cielo. Nell’ideale soltanto, sia pure una larva dentro un miraggio, è la bellezza della vita: se qualche cosa può somigliare alla verità, che non sappiamo, è la virtù che dà invece di ricevere e muta i sogni del dolore in opere di pensiero”.

La rivolta ideale è una sorta di “breviario” per chi non intende assuefarsi al conformismo del nostro tempo.

ALFREDO ORIANI, La Rivolta ideale, a cura di Lorenzo Ornaghi, Aragno editore, pp. 365, 20,00 euro