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Conservatore non è una parolaccia: Roger Scruton, filosofo inglese, dice che…

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Se i conservatori facessero i conservatori ed i progressisti i progressisti, probabilmente la babele politica, culturale e concettuale nella quale siamo immersi non esisterebbe. E, chissà, forse vivremmo meglio almeno in rapporto alle idee. Nella marmellata ideologica che assumiamo acriticamente e proviamo a digerire, senza successo, ci troviamo di tutto per il semplice fatto che le culture di riferimento dei movimenti sociali e politici sono state cancellate: le visioni del mondo sono state assorbite dalla visione unidimensionale del mercato che in sé non è una pessima cosa, lo diventa quando assume le fattezze di solo indice di valutazione della realtà e dei rapporti tra uomini e tra Stati.

Nella deificazione del “mercatismo”, come ideologia totalizzante, si sono buttati a capofitto tutti, indipendentemente dalle credenze e dalle ascendenze. I più convinti assertori di tale tendenza, per quanto si fatichi a crederlo, sono proprio coloro che “da sinistra vengono”, come si diceva una volta, avendo constatato che la matrice di fondo della loro azione politica s’è usurata e poi inabissata nelle profondità della storia.

“Conservare” è di contro un fatto naturale, perciò la sua declinazione culturale dovrebbe essere definita in maniera meno superficiale e volgare di come viene normalmente fatto, cioè a dire  come un insulto. Se soltanto si approfondisse la nozione di conservatorismo tra le più nobili e feconde della storia politica degli ultimi due secoli, probabilmente non si farebbe di esso un’etichetta denigratoria.

A tal fine basta leggere un testo agevole e perfino piacevole dall’esplicito titolo Essere conservatori di Roger Scruton, pubblicato da D’Ettoris. Non si tratta di un autore sconosciuto anche se i conservatori britannici hanno dimostrato di non avere particolare dimestichezza con le sue idee e con la cultura conservatrice in particolare, a riprova di quanto si diceva, visto il marasma nel quale rischiano di affogare essendo venuti meno ai principi ispiratori che almeno fino all’avvento di Cameron li avevano caratterizzati.

Scruton, per la rivista americana “New Yorker”, è “il più influente filosofo al mondo”; per altri è “il rappresentante più controverso della scuola conservatrice britannica della Nuova Destra”. Ma per tutti coloro che si sono avvicinati alla sua opera è un pensatore che s’interroga sui destini della modernità in maniera originale rispetto alle idee dominanti che stridono con la sua visione dell’Occidente che vede ripiegato su se stesso, incapace di sviluppare un dinamismo che lo faccia essere protagonista a pieno titolo del nuovo Millennio.

Filosofo, docente di estetica, storico, musicista, polemista, raffinato intenditore di vini e molte altre cose, il settantaduenne Scruton, continua a riscuotere, dopo decenni di  “solitudine”, apprezzamenti  sull’onda del suo conservatorismo che è diventato riferimento culturale anche per chi lo avversa, riproponendolo alla luce della delle contraddizioni della modernità, e dunque innestandolo tra le idee correnti sia per confutarle,quanto per “ibridarle” senza tuttavia venire meno agli insegnamenti di Edmund Burke, ma rendendo più percepibile un movimento che si riteneva appiattito esclusivamente sulle politiche thatcheriane e reaganiane. Il pensiero di Scruton è, dunque, oggi parte integrante del dibattito culturale tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Ed anche in Italia è stato “scoperto” attraendo un cospicuo numero di esegeti.

Dopo aver pubblicato da noi “Guida filosofica per tipi intelligenti”, “L’Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica”, “Manifesto dei conservatori”, “La cultura conta”, “Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino”, “La Bellezza”,  “Il suicidio dell’Occidente” (libro-intervista curato da Luigi Iannone) ed altri saggi, oggi si ripresenta con questo “vademecum” non soltanto ad uso dei conservatori, ma soprattutto a beneficio di chi li denigra aprioristicamente.

Ribadisce, come in altre occasioni, che “le persone hanno bisogno di radici senza le quali invecchiano e poi muoiono”;  mette alla berlina, anche in maniera piuttosto caustica, i “vizi” fondamentali che stanno portando il “nostro mondo” alla dissoluzione a fronte dei processi di globalizzazione e dell’emergere di un Islam aggressivo che davanti a sé trova soltanto la “religione” dei diritti universali, peraltro declinati in maniera talmente debole dalle organizzazioni internazionali da rendere permeabile l’America e l’Europa all’invasione di forze religiose e culturali che non fanno mistero di volerle stravolgere.

Scruton è un cristiano che tuttavia non lancia crociate di tipo fideistico, ma affidandosi ad un freddo ragionamento politico elenca tutto ciò che non va nel vecchio Occidente per potersi difendere e proporsi ancora come motore di storia. Un’accusa che rivolge in particolare alle rivolta élites europee  le quali pigramente indietreggiano, una casta che si riproduce per cooptazione e concede spazi al nemico interno ed esterno il quale tende a svilire la nostra identità fino a sottometterla.

In “Essere conservatore”, testo curato con molta perizia dallo studioso Oscar Sanguinetti, testimonia della capacità dell’intellettuale d’Oltremanica di rilanciare le tematiche conservatrici non come sterile sfida alla modernità, ma soprattutto nella prospettiva di costruire un progetto esistenziale e politico su cui rifondare l’Occidente attraverso un’ appassionata diagnosi culturale.

A tal fine Scruton passa in rassegna tutto ciò che non va nel vecchio Occidente per potersi difendere e proporsi ancora come motore di storia. Scrive: “Il conservatorismo che io professo afferma che noi, in quanto collettività, abbiamo ereditato delle cose buone e dobbiamo sforzarci di conservarle”.

Quali sono? La tradizione, la concezione organica della società, la ricostruzione di una comunità fondata su valori non negoziabili. Alle classi dirigenti  Scruton si rivolge, sia pure indirettamente, esortandole alla difesa delle specificità e delle differenze contro l’idifferentismo ed il relativismo culturale.  E ribadisce, inoltre, che lo Stato-nazione, dato per morto dagli universalisti, è la garanzia primaria dell’ordine civile, politico e culturale verso il quale tendere. Così come non si può prescindere dal restaurare la concezione della bellezza a fronte di una tecnologia invasiva e totalitaria. L’indole conservatrice, sostiene, “è una proprietà acquisita delle società umane ovunque si trovino”. Disperderla, come sta avvenendo, è un contro noi stessi.

ROGER SCRUTON, Essere conservatore, D’Ettoris editori, pp.294, 20,90