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Gesù dalle nebbie del Mar Nero si rivela a Ovidio nel sogno di Vintila Horia

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La ripubblicazione del romanzo che lo rese celebre, ha tratto dall’oblio il grande scrittore rumeno  Vintila Horia (1915-1992). “Dio è nato in esilio” è uno dei più bei romanzi del Novecento che l’editore  Castelvecchi, con rara sensibilità, ha tirato fuori dalla memoria letteraria del secolo scorso riproponendo  questo autentico gioiello che riporta all’attenzione uno scrittore la cui opera complessiva è improntata ad una spiritualità profondamente vissuta e rafforzatasi nel corso del tempo a fronte delle esperienze che lo hanno toccato, a cominciare da quella dell’esilio decretato ai suoi danni prima dalle autorità naziste e poi da quelle comuniste.

Horia trovò in Italia, in Argentina, in Francia e in Spagna gli approdi che cercava, mentre la sua patria lontana moriva sotto il peso della tirannia. Quella stessa, affiliata alla centrale moscovita del terrore, che orchestrò contro di lui una campagna diffamatoria internazionale allorché l’Accademia di Francia gli conferì nel 1960 il prestigioso premio Goncourt proprio per “Dio è nato in esilio” che lo scrittore rifiutò in risposta agli attacchi ricevuti.

L’ostracismo non bastava evidentemente. Ma il suo libro più famoso, che prende spunto da un altro celebre esilio, quello di Ovidio scontato nelle ingrate terre del Ponto Eusino per volere di Augusto, ritenendo il poeta capro espiatorio del degrado dei costumi sessuali dei romani, mentre la corruzione si annidava nella sua stessa famiglia, è la summa, in un certo senso, delle peregrinazioni di un viandante alla ricerca di se stesso.

Tra i Geti il poeta di Sulmona, al quale Horia nella finzione letteraria attribuisce confessioni e descrizioni di usi, costumi e tradizioni di popoli lontani, trova ciò che a Roma non poteva trovare: l’affrancamento dalle convenzioni ipocrite e dall’ossequio al potere incarnato da un autocrate. Il suo cammino iniziatico lo porta a contatto con le peripezie di genti umili tra le quali si fa strada la convinzione dell’esistenza di un Dio unico “che ridarà al genere umano la freschezza del principio”. Ovidio avverte dentro di sé la spinta verso “un nuovo sole” dopo aver conversato con i saggi e qualche improbabile sacerdote sopravvissuto ad una religiosità arcaica. Fino a quando non incontra un medico greco che gli dischiude le porte alla rivelazione. Quel Zalmoxis di cui parlano i Geti è forse nato davvero in un remoto villaggio della Giudea per prendere su di sé tutte le angosce dell’umanità?

Ovidio, com’è noto, non farà mai più ritorno a Roma. Glielo negarono sia Augusto che Tiberio. Morì a Tomi, sul Mar Nero, Costanza nell’attuale Romania, nel 17 d.C. Horia, ne ha condiviso il destino concludendo come il poeta la sua esistenza lontano patria. Ovidio probabilmente trovò Dio nelle sue peregrinazioni impervie; Horia toccò con mano la crudeltà delle imposture ideologiche. L’uno e l’altro rinacquero nell’esilio.

 

VINTILA HORIA, Dio è nato in esilio, Castelvecchi editore, pp.240, 17,50 euro