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Intellettuali nella prima guerra mondiale, inutile massacro di massa che portò a comunismo, nazismo e fascismo

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Nel profluvio di libri usciti negli ultimi due anni sul primo conflitto mondiale  un posto a parte occupa il saggio di Simonetta Bartolini “L’epica della Grande Guerra”, pubblicato da Luni, su un aspetto poco  indagato, vale a dire la partecipazione degli intellettuali all’evento che cambiò radicalmente la vita dei popoli.

L’importanza dello studio della docente universitaria di letteratura italiana balza evidente sia per la penetrante analisi dell’impatto del mondo della cultura con l’intervento bellico; imponente la mole di riferimenti letterari che vengono proposti a riprova di un fenomeno che con il passare del tempo ha fatto capire, più di molte indagini socio-politiche, quale fosse la sensibilità degli intellettuali di fronte alla epocale trasformazione che la guerra avrebbe prodotto.

La Bartolini, con rara finezza, produce le prove di un atteggiamento che potremmo definire “collettivo” degli scrittori davanti alla fragorosa ascesa della modernità favorita dalla deflagrazione mondiale. E se la circostanza, pur non compresa da tanti, indusse uomini del valore di  Junger, Drieu La Rochelle, Prezzolini, Soffici – solo per fare pochi significativi nomi  – ad interrogarsi sul senso “umano” che la guerra poteva ancora avere di fronte all’imponenza dello scatenamento di materiali che riduceva a ben poca cosa l’apporto eroico individuale nel combattimento, non di meno li fece consapevoli che il dato “omerico”, cioè a dire sacrificale, veniva esaltato proprio dallo scontro  con il nuovo titanismo.

Un tema, questo, che si sarebbe dilatato nel corso del Novecento dando vita ad una discussione diventata sempre più pervasiva: il ruolo della tirannia della tecnica come connotato della civiltà che sembra rifiutare i valori umani intorno ai quali ricostruire una struttura naturale. Scrive la Bartolini:

“La Grande Guerra è la prima guerra della modernità, essa differisce in tutto dalle precedenti: per l’estensione del conflitto, l’impiego di nuove armi, e il protagonismo dei materiali sulla valentia individuale dei soldati, la strategia dell’attesa in trincea in lunghi logoramenti di posizione, il numero dei morti. Il fronte sul quale si combatte è inusitatamente esteso e frantuma l’Europa, è il primo conflitto veramente divisivo destinato a ridisegnare la geopolitica preparando, di lì a pochi lustri, un secondo round ancor più sanguinoso e devastante”.

La Grande Guerra, sostiene la Bartolini, ha dunque radicalmente mutato le sensibilità verso i conflitti in genere e la percezione stessa della morte in battaglia rispetto al passato. Per di più ha favorito l’ingresso di inedite forme di partecipazione alla vita pubblica, come mostrano i successi dei movimenti sorti in tutta Europa dall’esperienza delle trincee.  Ha negato l’antica idea di epicità, rimasta ferma sull’orizzonte di Troia, per affermarne una nuova ed inquietante: la scomparsa del sacrificio individuale quale puro atto di eroismo e l’avvento di un sacrificio collettivo dovuto all’impiego di materiali sconosciuti fino ad allora.

Ciò non vuol dire che non vi siano stati eroi nella Grande Guerra, beninteso. Anzi, se n’è registrata una certa abbondanza dovuta più alla propaganda che ai fatti realmente accaduti. Ma di eroismo vero si deve comunque parlare per ciò che riguarda alcune figure, a cominciare  proprio da quegli intellettuali passati sotto la lente d’ingrandimento della Bartolini.

Ernst Junger, il grande scrittore tedesco che all’esperienza bellica dedicò il suo primo romanzo, “Nelle tempeste d’acciaio”, tanto per citarne uno, ottenne due croci di guerra e la medaglia Pour la Mérite, l’onorificenza più alta. Tuttavia, qualcosa era mutato e di questo gli intellettuali che entusiasti si erano lanciati nelle trincee, non lo compresero per tempo e malgrado tutto furono “protagonisti” di una vera epica testimoniata innanzitutto dagli atti di coraggio, ma anche dai romanzi, dai memoriali, dagli scritti d’occasione, dai diari: un patrimonio letterario nel quale la Bartolini si è voluttuosamente immersa nel tentativo di definire il rapporto tra intellettuali e modernità che è il vero leitmotiv del libro insieme con l’attonita presa d’atto della più o meno inutile strage di uomini che aprì la porta al cinismo politico ed ai totalitarismi negatori di quella libertà che, paradossalmente, gli intellettuali cercavano tra le fiamme di un conflitto rigeneratore.

SIMONETTA BARTOLINI, L’epica della Grande Guerra, Luni editrice, pp.328, 22,00 euro