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Messi nei sogni dei ragazzi. La verità sulle scuole calcio, di Stefano Benedetti

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I ragazzini di oggi sognano di diventare Messi o Ronaldo, come quelli di una volta Maradona o Platini e prima ancora Rivera o Mazzola, Garrincha o Pelé, Piola o Meazza. Correndo dietro ad un pallone, in strada, nei parchi o negli oratori, un tempo si poteva immaginare di diventare se non proprio un campione, quanto meno un onesto calciatore. E la fantasia accompagnava progetti di gloria, piccoli o grandi poco importava, che crescevano fino a quando la palla rotolava negli improvvisati spazi nei quali ci si alimentava di leggende che domenica dopo domenica prendevano forma sui campi di calcio veri.

Tutto è cambiato negli ultimi decenni. Il football è diventato un’altra cosa. Raccoglie comunque sterminate masse di appassionati, ma non ci si forma più come possibili protagonisti in quelle palestre di spontaneità che erano rettangoli o quadrati sbilenchi, segnati da poche cose raccolte qua e là per delimitare le porte e qualche volta gli angoli. Nell’improvvisazione nascevano gli “eroi” che occupavano le menti ed i cuori di fanciulli ed adulti. Adesso le scuole calcio imperiosamente impongono a genitori perlopiù abbacinati dal mito di un successo a portata di mano per i propri figli,  regole e comportamenti che il mondo dei bambini non capisce e mal sopporta.

Si fa credere, dall’alto di business dalle dimensioni inimmaginabili fino a pochi anni fa, che basta frequentare una di queste scuole che spuntano come funghi soprattutto nelle grandi città, per avere concrete possibilità di affermazione. A prezzo, naturalmente, che ai ragazzini si tolga la felicità di guadagnarsi il loro effimero ed ingenuo momento di gloria, come accadeva prima che il calcio diventasse un’industria, divertendosi, dispiegando entusiasmo e passione. Costretti, come se fossero adulti in miniatura, a studiare schemi e tattiche, li si fa rinunciare alla gioia di rincorrere un pallone da mettere in rete perché prigionieri di regole che non formano, ma intristiscono.

Non ci sembra che da quando le scuole calcio spopolano siano venuti fuori dei campioni del livello di quelli ricordati e neppure minori di loro. Ed infatti, se avremo dei nuovi Maradona o dei “replicanti” di Falcao e Platini, quasi certamente non usciranno dalle scuole di calcio il cui unico scopo, come sostiene con convinzione ed argomentazioni assolutamente fondate Stefano Benedetti nel suo Sognando Messi. La verità sulle scuole di calcio, pubblicato dalle Edizioni Dissensi, è soltanto il profitto.

L’autore, che propone le conclusioni della sua esperienza in questo campo poco indagato dai media, sostiene che pressoché tutte le scuole calcio hanno gli stessi dominatori comuni: inadeguatezza del personale tecnico, improvvisazione nei metodi di allenamento quasi sempre copiati da quelli di allenatori affermati, profitto economico quale fine da perseguire.

Criticare un metodo o uno strumento, non vuol dire che non bisogna promuovere lo sport e segnatamente il calcio dove, come in Italia, è la passione nazionale primaria. Ci mancherebbe altro. Ma si dovrebbe aver riguardo a quelle che dovrebbero essere le aspettative comuni di ciascuno – e non soltanto di chi se lo può permettere – nel favorire l’espansione del movimento calcistico: in questo senso la funzione dello Stato dovrebbe essere centrale, mentre le società, che siano di professionisti o di dilettanti, si dovrebbero attrezzare per immettere nei loro ranghi ragazzi che dimostrano di avere attitudini e talenti da far valere. Come accadeva una volta, quando osservatori attenti li prelevavano dalla strada o dagli oratori o alle palestre e gli facevano fare il classico “provino”. Nella mia infanzia, allorché nei nostri paeselli del Mezzogiorno qualcuno veniva adocchiato da società le cui squadre militavano in serie D o nell’Eccellenza o in Promozione, diventava  un personaggio da imitare o invidiare.

Le cose sono cambiate, come si sa. Alle scuole calcio viene demandata, pagando profumatamente, la formazione di campioni che difficilmente diventeranno tali. E’ la strada più breve, come fa capire Benedetti  al quale non sfugge che i genitori, condizionati da un imponente apparato pubblicitario, “non considerano più la possibilità del gioco praticato gratuitamente”. E si fanno volentieri spennare. I bambini, ci ricorda Benedetti, non possono farsi incantare dal 4-3-3 o dal 4-2-3-1 o da altre diavolerie del genere; i ruoli sono fatti per le competizioni a cui partecipano squadre strutturate in formazione; il gioco non può essere ingabbiato in logiche per adulti insomma. E’ quantomeno diseducativo.

Oltretutto, scrive Benedetti, aver a che fare con i bambini “non è un’attività nella quale ci si improvvisa”. E osserva: “Uno degli effetti più ricorrenti è l’allontanamento progressivo dall’attività sportiva da parte dell’adolescente che identifica tale attività esclusivamente con quella fin lì svolta, fatta di regole assurde, pareri poco autorevoli sulle sue performance, esclusioni, mortificazioni della sua fantasia, invadenza spropositata dei genitori”. Un quadro desolante  e preoccupante.

Sarebbe bene chiedersi, dunque, quali sono i risultati utili o almeno positivi prodotti delle numerose scuole calcio. E non sarebbe male se si indagasse quanti campioni o almeno talenti da esse sono usciti negli ultimi anni. Dovrebbero domandarselo le strutture pubbliche, a cominciare dalla Fgci, ma anche quelle più generalmente formative come la scuola da cui dovrebbero venire fuori progetti educativi finalizzati all’affermazione nel campo sportivo piuttosto che continuare a tenere in vita quell’esile, quando non dannosa, ora di educazione fisica settimanale.

Ma l’orizzonte pubblico è talmente affollato di problemi che quelli connessi al rapporto tra sport e giovani generazioni non crediamo che ci sia qualcuno che voglia prenderli seriamente in considerazione. Del resto, i tanti ministri dello sport e della gioventù che abbiamo visto succedersi dagli anni Settanta in poi non sembra abbiano lasciato molto in eredità. Le scuole calcio, imprese ad alto reddito, suppliscono a deficienze politiche. Dovremmo gioirne?

Non è vietato sognare Messi, ma ci piacerebbe che i bambini di oggi lo facessero come noi sognavamo Sivori e Charles scorrazzando dietro ad un pallone nelle sconnesse aree della nostra felicità, un paradiso – diciamocelo francamente – perduto per sempre.

STEFANO BENEDETTI, Sognando Messi. La verità sulle scuole calcio, Dissensi, pp. 85, 11,00 euro