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Obama sarà ricordato come un presidente innovatore, il libro di Massimo Teodori

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Per quanto quella parte di opinione pubblica americana ed europea sembri delusa dalla presidenza Obama, Massimo Teodori, il più autorevole studioso di storia  statunitense in Italia, la pensa in maniera diversa. Quasi sempre controcorrente, come testimonia la sua vicenda intellettuale e politica, Teodori si è preso la briga di elencare i “meriti” del quarantaquattresimo inquilino della Casa Bianca in un agile libretto edito da Marsilio, Obama il grande, dalla lettura piacevole anche quando non se ne condividono le tesi: scritto con stile brillante, insomma, fa capire, a detrattori e simpatizzanti, qual è stata la “filosofia” di Obama nei due mandati – complicatissimi, in verità, per accadimenti esterni e difficoltà interne agli Usa – i cui effetti non  mancheranno di ripercuotersi sulla politica americana quale che sarà l’esito delle elezioni di novembre.

Il giudizio di Teodori non è “sentimentale” o “ideologico”, come si potrebbe pensare. E’ frutto di un’attenta analisi degli atti più significativi della presidenza, dal 2008 ad oggi. Analisi che lo porta a concludere che per quanto si sia trovato ad affrontare una situazione politica e sociale (ma anche “emotiva”) largamente compromessa, Obama è stato in grado di “domarla” ottenendo risultati convincenti.  Non tutti, neppure tra i democratici la pensano così, ovviamente, tanto che i sondaggi più recenti non sono entusiasmanti. Tuttavia di fronte ad un’America sconfitta in Medio Oriente, ad un Paese demoralizzato dalla più grave crisi economica dopo quella del 1929 e davanti ad una pressoché generalizzata diffidenza internazionale che aveva cancellato lo slancio di solidarietà seguito alla tragedia dell’11 settembre, non si può dire che Obama non abbia ottenuto dei risultati apprezzabili date, appunto, le circostanze. In primo luogo riuscendo ad arginare l’ostilità verso l’America che è stata la causa dell’inefficacia degli interventi militari.

È proprio chi considera il “non interventismo” di Obama come neo-isolazionismo ad imputargli una sorta di resa davanti al terrorismo, per esempio. Ma non è così. Il presidente ha applicato, forse al di là della sua stessa intenzione, la “tradizione jeffersoniana”, dimenticata tanto dai precedenti repubblicani che democratici, la quale a lungo aveva assicurato una dignitosa politica estera agli Stati Uniti, almeno fino a quando qualcuno non s’è messo in testa di offrire al mondo una “Pax Americana” che in buona sostanza significava egemonia militare, economica e culturale. Tale tendenza, tuttavia, pur non espressa con le armi, si è comunque dispiegata negli otto anni di Obama attraverso una penetrante diplomazia tesa ad esportare la visione del mondo americana anche laddove, come nelle Russia di Putin ad esempio, è stata avversata in nome e per conto della difesa dell’identità nazionale. Lo stesso Trattato Transatlantico sarà la chiave per aprire le porte definitivamente all’americanizzazione culturale in grado di veicolare ancor più massicciamente quella economica in Europa. Un modo diverso, e certamente più efficace, di stabilire una supremazia che finirà per annacquare maggiormente le specificità dei popoli: pericolo che già quarant’anni fa paventava François Mitterrand e, prima di lui, Charles De Gaulle.

Da questo punto di vista, Obama non s’è risparmiato attirandosi, grazie anche all’ardita politica estera e militare di Putin, gli strali di una Russia nazionalista e gelosa custode della sua tradizione, oltre che intimamente desiderosa di stabilire rapporti sempre più stretti con l’Unione europea che stupidamente asseconda i progetti americani rinnovando le sanzioni contro chi potrebbe essere un utile vicino soprattutto nella lotta al terrorismo islamista.

Pertanto, se è vero che “lo stile che più ha caratterizzato l’Amministrazione Obama è la revisione di quell’egemonia che per settant’anni ha condizionato la superpotenza nelle stagioni in cui gli equilibri mondiali erano diversi dagli attuali”, come osserva Teodori, è altrettanto vero che la Casa Bianca ha tentato (riuscendoci) di lavorare su due piani strettamente connessi al fine di non abbandonare lo scopo di rappresentarsi comune potenza senza rivali nel mondo  unipolare: quello diplomatico suggerendo mosse agli alleati senza pagare pegno  e quello che definiremmo “culturale” attraverso le tecnologie dalle quale si dipartono mode e stili di vita. Ma questo secondo aspetto non riconducibile direttamente alla politica dell’Amministrazione è la conseguenza del modo di porsi di Obama come “uomo di pace” e terminale di  tutti i riferimenti di un cambiamento globale, dalla questione del riscaldamento della Terra a quella energetica, alla comprensione del mondo islamico. A quest’ultimo riguardo fu almeno imprudente ed intempestivo il discorso pronunciato al Cairo il 4 giugno 2009, meno di sei mesi dall’insediamento, che in qualche modo venne letto come un’apertura all’Islam, acuendo le polemiche sulle sue origini (keynote) e la sua giovanile formazione (indonesiana). Gli valse il Premio Nobel per la Pace, mai così speditamente attribuito a chi ancora non aveva avuto modo di mostrarsi al mondo. E non fu certamente geniale l’appoggio alle cosiddette “primavere arabe” con tutto lo sconquasso prevedibile che avrebbero con portato. E men che meno fu abile nell’appoggiare la sciagurata campagna libica di Sarkozy e Cameron lavorando dietro le quinte e contribuendo a distruggere un Paese che, per quanto dominato da un satrapo sanguinario, costituiva almeno per l’Europa – al netto delle nefandezze del passato – un argine all’allargamento del qaedismo nel Mediterraneo e poi al dilagare di Daesh.

Sì è vero, non ha alimentato direttamente guerre, ma assecondando il suo Segretario di Stato, Hillary Clinton, non può dirsi estraneo a cosucce accadute sull’uscio di casa, come in Honduras, che hanno contribuito a mettere in pericolo  la stabilità dell’area. Niente in confronto alle follie di Bush in Iraq ed in Afghanistan: a proposito, visto il disimpegno nell’ex “regno” di Saddam (che non possedeva armi di distruzione di massa), perché non ha proseguito ritirandosi anche dall’Afghanistan dove l’America e l’Occidente si sono spaventosamente impantanati da quindici anni?

E’ anche vero che si è battuto per diritti umani, che ha considerato “selvaggerie” quelle di Guantanamo e di Abu Ghraib, ma forse qualcosa in più poteva fare (oltre a dire) per la risorgente guerra razziale che sta scuotendo gli Stati Uniti… E sempre in tema di diritti dei popoli, più che “umani”, ad Obama è stato rimproverato soprattutto dall’area neo-con (i conservatori di derivazione trozkisti – un’aporia della storia –  a mio avviso) l’abitudine di chiedere troppo spesso scusa a chi si è ritenuto colpito ingiustamente dall’America. Non sono d’accordo. Anzi, mi sarei aspettato che nel corso del viaggio in Giappone, effettuato nel maggio scorso, al di là di qualche parola di circostanza ne approfittasse per condannare lo sterminio di Hiroshima e di Nagasaki. Dopo settantuno anni sarebbe stato ammirevole che un presidente americano sconfessasse un suo lontano predecessore.

Certo, nel conto delle cose buone fatte da Obama, Teodori ricorda la riforma sanitaria. Come non essere d’accordo. Purtroppo è stata limitata dal Congresso nella portata e nell’estensione, ma indiscutibilmente “per buona parte dell’opinione pubblica la legge…ha significato la rinunzia al primato dell’individuo sul potere pubblico e il ribaltamento del mito dell’americano in grado di provvedere a se stesso per tutto ciò che riguarda la vita privata, in cui lo Stato non deve interferire”. Una conquista “europea”, se così la si può definire.

Sono tanti i motivi di interesse di questo libro prezioso, non esclusa l’analisi della  riapertura del dialogo dell’America di Obama con Cuba e l’Iran. Ai nostalgici della guerra permanente non piacerà per niente, ma anche nel campo conservatore ci sono  intellettuali e politici che considerano la “Pax Americana” una iattura. Così come i democratici la ritengono – ingenuamente, a voler essere buoni – il presupposto per l'”esportazione della democrazia”. Dimenticando che nessuna democrazia è sorta dall’esterno con le armi. “Ieri – osserva Teodori – i democratici europei guardavano con speranza al necessario interventismo americano che, unico, poteva garantire la pace e la libertà alla nostra parte del mondo. Oggi l’astensionismo obamiano in Medio Oriente è la conseguenza degli errori commessi dall’America con l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità di regolare militarmente gli affari del mondo mentre tutt’intorno muta il quadro dei popoli e delle ideologie”.

Questa verità, colta da un intellettuale europeo come Teodori, è la giustificazione degli otto anni della presidenza di Barack Obama. Il futuro dirà se ha seminato bene o male.

MASSIMO TEODORI, Obama il grande, Marsilio, pp.110, 10,00 euro