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Ritirata di Russia, Egisto Corradi testimone di una guerra criminale, 85 mila ragazzi italiani mandati a morire per niente

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Il Novecento è stato una fucina di giornalisti eccelsi che per fortuna hanno oscurato i molti cialtroni o propagandisti al soldo dei potentati che si sono succeduti. Tra i primi brilla ancora oggi, a ventisei anni dalla scomparsa, Egisto Corradi, uno dei più grandi reporter italiani. La sua professione si è intrecciata con una vita avventurosa, testimoniata dalla partecipazione alla seconda guerra mondiale, dalla cui esperienza sono venuti fuori racconti avvincenti, tragici, esaltanti, ma soprattutto umani, al di là della retorica, dell’apologia o della più comoda denigrazione.

È stato un giornalista, insomma, inimitabile: dallo stile al comportamento fuori e dentro le redazioni, pochi possono stargli alla pari. Ed i suoi libri, oltre agli ordinari reportage ed analisi per lo più di politica internazionale,  lo dimostrano ampiamente come “La ritirata di Russia”, edito da Mursia, più volte ripubblicato, riproposto nelle scorse settimane, nel quale gli elementi “militari” s’intersecano con il racconto di una dolente umanità mandata allo sbaraglio in una terra dove l’ Europa moderna ha sempre conosciuto sconfitte dolorose.

Corradi nacque a Parma nel 1914. La sua prima palestra giornalistica, dopo la laurea, per iniziativa di Pietro Bianchi, fu il giornale della sua città, “La Gazzetta di Parma” della quale, nel 1941, divenne redattore capo. Poco dopo fu inviato al  fronte; prese parte alla campagna di Grecia, a quella di Russia con gli alpini della Julia, e al ritorno, dopo inenarrabili peripezie, raccontò quella disastrosa e tragica vicenda appunto nel libro  “La ritirata di Russia”.

Subito dopo la guerra, venne assunto al “Corriere della Sera” come inviato. Si fece tutte le guerre del suo tempo, rischiando più volte la vita. Dalla Cambogia, all’Algeria, dall’Ungheria (1956),  al Congo e a Praga (1968) raccontò un tempo del Novecento che sembrava finire soltanto con una catastrofe atomica. L’invasione sovietica dell’Ungheria, una delle pagine più nere del comunismo, venne narrata da Corradi che si trovava a Budapest insieme con altri due fuoriclasse, Alberto Cavallari ed Indro Montanelli, nella maniera più rigorosa, senza mai alterare i fatti, evidenziando la brutalità dell’Armata Rossa, quella stessa brutalità che raccontò più tardi portandosi nell’Afghanistan occupato dai russi.

Ma le avventure non finirono sui campi di battaglia. A sessant’anni, 1974, lasciò il “Corriere” per seguire Montanelli, con un drappello di giornalisti tra i migliori del quotidiano di via Solferino, nella fondazione del “Giornale Nuovo” dove non mancò mai un appuntamento con la cronaca e con la storia. Morì a Milano nel maggio del 1990.

La ritirata di Russia resta il suo libro migliore, comunque il più coinvolgente. Da tenente, Corradi alla testa del suo plotone arrancava in una tempesta di neve resa ancor più indomabile da un vento crudele che minacciava di congelare lui ed i suoi commilitoni: circa due secoli prima la stessa sorta era capitata alle armate napoleoniche. Pochi furono gli alpini della Julia, della Cuneense e della Tridentina che, insieme al soldato-giornalista ventinovenne, sopravvissero all’inferno di ghiaccio tra il ’42-’43.

Corradi, con uno stile efficace, estremamente realistico, descrive il dolore di uomini a cui il destino aveva affidato una missione impossibile. E riscopre il valore della forza della volontà  a fronte di tutte le più dure intemperie anche quando all’essere umano non viene più neppure riconosciuto il diritto, si potrebbe dire, di gridare la propria disperazione. Da ufficiale si comportò valorosamente offrendo ai suoi uomini un esempio di coraggio da tutti riconosciutogli tanto da meritarsi una medaglia d’argento al valore militare.

Da scrittore sbatte in faccia al lettore  paure e dubbi che la guerra inevitabilmente suscita in tutti quelli che l’hanno vissuta in prima persona. Erano 85 mila soldati. Morirono alla media di 2.000 al giorno, 300 all’ora, 6 ogni minuto. Cifre che dicono tutto e che il brano qui di seguito riprodotto rende ancora più drammatiche offrendo, nel contempo, una delle migliori pagine della letteratura di guerra.

«Ci dirigevamo con la mia bussola. Dove la piana bianca e deserta si toccava con il cielo color lamiera, fissavamo un punto di traguardo. Poteva essere una scarpata, un palo del telegrafo, una qualsiasi sagoma che si distinguesse all’orizzonte. Raggiunto un punto di traguardo ne stabilivamo un altro e così via, per ore, verso ovest.

Dopo qualche tempo si unì a noi un alpino che si tirava dietro un mulo. Più tardi la pianura divenne totalmente orizzontale, come uno sterminato biliardo gelato. Prima leggero, poi forte, poi fortissimo sopravvenne il vento. La polvere di neve si levava in turbini che toglievano la vista e il respiro. Il vento veniva da ovest, dovevamo ogni tanto volgergli le spalle per riprendere fiato. Un ufficiale di sussistenza che era con noi cominciò ad urlare di dolore, le mani gli gelavano. “Aiutatemi”, diceva piangendo. “Resisti”, gli gridavamo nella bufera. “Devi resistere fino a che non troveremo un cespuglio”.

Volle fermarsi, si buttò nella neve. Noi proseguimmo per una decina di passi, poi ci voltammo a guardare. Non lo si vedeva più, l’aria era un soffocante fumo bianco. Tornammo, lo caricammo di pugni e di schiaffi. Picchiavamo con un certo piacere. Ci fermammo infine attorno ad un arbusto di mezzo metro, in ginocchio dentro la bufera e il vento teso e radente che sembrava portarci via. Occorse mezz’ora per riuscire a dar fuoco a qualche erba secca cavata di sotto alla neve ai piedi dell’arbusto.

Riprendemmo a marciare. Il mulo aveva una gallina morta legata al collo; per farlo camminare l’alpino lo trascinava per la cavezza, gli dava pedate nel ventre e lo colpiva sulla groppa incrostata di ghiaccio. Nel bianco accecante che avevamo davanti si delineò un’ombra. Era un uomo, un ufficiale tedesco. Camminava barcollando in direzione opposta alla nostra, verso il Don. Era colossale, più alto di due metri. Stringeva un parabellum, era macchiato di sangue. Gridava ordini, gesticolava e rideva. Aveva gli occhi di un azzurro di smalto. Gli gridammo di seguirci, provammo a trascinarlo afferrandolo in due per le braccia. Ma lui puntava il mitra minaccioso e allora noi lo lasciammo andare nel fumo della neve e del vento che fischiava, solo e pazzo. Non lo vedevamo già più e per qualche istante lo sentimmo ancora gridare e ridere.

Camminavamo ora veloci ora lenti, a seconda della intensità della tormenta. Io avevo l’impressione di camminare sempre nello stesso luogo, come in un incubo; o di muovere vanamente le gambe sopra un tappeto mobile. Dopo qualche ora la superficie ci apparve rotta da un qualcosa che sembrava un insieme di bassi cespugli. Non erano cespugli, ma una decina di cadaveri. Erano , non si capiva se erano italiani o tedeschi o russi».

Non c’è bisogno di aggiungere altro. “La ritirata di Russia” è un libro ritrovato. Non subisce l’onta del tempo. Va letto e riletto, per ricordare e riconciliarsi con la storia ed il destino di chi l’ha subita.

EGISTO CORRADI, La ritirata di Russia, Mursia, pp.226, 16,00 euro