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Stalin, Augusto, Robespierre, Bismarck: i grandi della storia visti dai falsari

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Riprendendo la tesi sviluppata nel suo precedente saggio, “L’arma della memoria”, Paolo Mieli si addentra nei processi di falsificazione della storia con il volume, appena edito da Rizzoli, “In guerra con il passato”. Esemplari gli stravolgimenti che propone a supporto della sua tesi che vanno dalle ricostruzioni di alcuni rilevanti eventi dell’antichità ad altrettante non meno marginali vicende della modernità. Tutto il materiale, e non è poco, viene sottoposto al vaglio di un “inviato” nella storia molto speciale: Mieli, infatti, unendo la professionalità giornalistica alla formazione scientifica (è stato in gioventù allievo di Renzo De Felice e di Rosario Romeo), propone una serie di memorie comprovanti l’assunto da cui muove la sua riflessione. Vale a dire la dilagante tendenza a stravolgere gli avvenimenti vicini e lontani allo scopo di asseverare tesi che possono risultare utili per sostenere e perfino legittimare fatti e misfatti odierni.

E’ un “montaggio” dagli esiti devastanti. La memoria, infatti, non soltanto viene tradita, ma risulta pesantemente manipolata al punto che ciò che rimane non è più la verità, frutto di ricostruzioni, scavi e revisioni, ma la sua decostruzione, demolizione, frantumazione. E laddove la storia lascia il posto alla menzogna non può esservi un presente (tantomeno un futuro) nel quale costruire una coscienza civile, indipendentemente dalla partigianeria che comprova, a nostro giudizio, come non sia lecito attendersi una “memoria condivisa”, ma più semplicemente una “memoria accettata”. E’ quanto si chiede non soltanto ai fruitori di storia, ma anche alla classe dirigente di un Paese come l’Italia dove non poco le passioni hanno nuociuto all’accertamento della realtà storica remota e prossima rendendo la società un’arena dove lo scontro ideologico si è fondato sulla falsificazione dei fatti per lungo tempo e non sembra che ci siano segni indicanti uno sbocco verso la pacificazione delle memorie appunto.

“La guerra contro il passato – scrive Mieli – è la più praticata ma anche la più stupida di tutte le guerre. E’ una forma di belligeranza, peraltro mai dichiarata, che si propone di frantumare la storia, semplificarla, smontarne la complessità così da rendere gli accadimenti dei tempi remoti adattabili alle categorie e alle esigenze del presente. Un’operazione concepita per offrire forza, retroterra, dignità alle contese dell’oggi. Ma proprio per questo destinata a provocare danni incalcolabili”.

Quando si accede a questo campo di battaglia nessuno si salva. Ricordiamo – per restare al secondo Novecento – le intemerate contro il lavoro di De Felice sul fascismo, le mostruose accuse a François Furet per le sue analisi del giacobinismo e della Rivoluzione francese, a Robert Conquest per lo scandaglio degli orrori dello stalinismo, a Ernst Nolte “responsabile” del parallelismo tra bolscevismo e nazismo.

Il tempo ha dato loro ragione. E, per fortuna, la prevalenza dell’onestà intellettuale ha accertato perfino che “il passato che non passa”, riferito specialmente alle vicende tedesche del secolo scorso, non può essere la camicia di Nesso nella quale tenere rinchiuso un popolo. Ma più di frequente la guerra contro il passato porta a confondere le idee sull’oggi, sostiene Mieli, con la conseguenza che ci capiamo soltanto attraverso il presente, ma un presente che diventa subito storico. E, dunque, fruibile in funzione di ciò che si ha interesse a dimostrare, non a conoscere o comprendere.

Mieli, dunque, ammonisce: “Per sottrarci a qualsiasi tentazione di guerra con il passato, giova guardare ad esso con una qualche autoimposizione di una buona dose di imperturbabilità”. Più facile a dirsi che a farsi. Come dimostra la ricostruzione che propone mettendo a posto fatti dimenticati da un lungo travisamento. Robespierre contro gli illuministi, i primi scandali dell’Italia unita, la complottomania dilagante, l’educazione religiosa di Stalin, gli orrori del dopoguerra, le radici della crisi ucraina, la rimozione di Cesare da parte di Augusto, la lotta vittoriosa di Mazzarino contro la Fronda, il suicidio immaginato (ma non tentato) di Bismarck, D’Annunzio “prigioniero” di Mussolini: sono soltanto alcuni dei capitoli più avvincenti, che fanno giustizia di luoghi comuni su cui sono state costruite montagne di menzogne, significative operazioni di falsificazioni sistematiche che hanno condizionato saperi ed annegato la verità nel capace fiume sul quale galleggiano i detriti della storia.

Mieli racconta la verità effettuale  con spirito “protettivo”, tenendo presenti le fonti, ma soprattutto mettendo in luce le più recenti acquisizioni storiografiche, un campo che ara costantemente con i suoi articoli sul “Corriere della sera” i quali formano le tessere di un mosaico nel quale il lettore ritrova un passato non più spezzettato e semplificato, ma integro nella sua sua essenzialità.

 

PAOLO MIELI, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Rizzoli, p.273, € 20,00