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Trump, perché vincerà (Andrew Spannaus), è una “febbre” (Mattia Ferraresi): rivolta degli elettori, fenomeno americano

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Donald Trump è diventato, inevitabilmente, anche un fenomeno editoriale. Nelle  librerie americane si ammucchia di tutto: biografie, analisi, apologie, denigrazioni. Il “trumpismo” dilaga, ma non significa che il protagonista di un’ascesa politica impensabile fino ad un anno fa vincerà le elezioni.

La strada verso la Casa Bianca è ancora lunga anche se mancano soltanto poco più di tre mesi. Anche in Italia si registra un discreto interesse intorno alla figura di Trump. Lo testimoniano due libri appena usciti: Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America di Andrew Spannaus, pubblicato da Mimesis e La febbre di Trump. Un fenomeno americano di Mattia Ferraresi, edito da Marsilio. Entrambi introducono all’universo “trumpiano” con accenti diversi, ma con grande competenza, affrontando il tema sotto il profilo analitico il primo e più squisitamente biografico il secondo. I due volumi si completano a vicenda e sono indispensabili per chi voglia capire qualcosa di come ha trasformato – ledendolo gravemente – il mondo repubblicano un ricco e spregiudicato “palazzinaro” con interessi economici in vari campi. Ma come, nello stesso tempo, ha contribuito a  modificare la percezione della politica da parte di milioni di americani compresi quelli che non lo voteranno a novembre e non esitano a dichiararsi ostili. Insomma, Trump ha “terremotato” l’establishment e l’elettorato in un colpo solo, profittando della crisi americana che non è soltanto economica, come in tutto l’Occidente, ma anche di valori e di identità.

Non che il candidato repubblicano sia un rivoluzionario dotato di una cultura politica di riferimento solida, tutt’altro. Parla però alla pancia della gente enfatizzando le paure di un ceto medio che si sente assediato dall’incertezza sociale, dall’immigrazione, dall’incombente esclusione dalla vita economica in seguito agli sviluppi della devastante “finanziarizzazione” che ha messo le risorse nelle mani di pochi a svantaggio dei salariati e dei risparmiatori. Tuttavia Trump non ha mai precisato il suo programma, tanto che il 9 maggio scorso, sul “Wall Street Journal”, Bret Stephen, vicedirettore della pagina editoriale, si chiedeva: “Dove sono le indicazioni che come presidente il signor Trump appoggerà le idee conservatrici sulle tasse, sul commercio, sulla regolamentazione, sul welfare, sulla politica sociale, giudiziaria ed estera, e tantomeno meno sul comportamento personale?” Da nessuna parte. Come rileva Mattia Ferraresi, Trump è un repubblicano senza essere conservatore. E lui  stesso rivendica questa singolare  particolarità al punto che può presentarsi come personaggio dai mille volti, incoerente e contraddittorio, ma gradito ad una parte degli americani proprio perché spiazzante. Motivo per cui è invece sgradito all’establishment, al “sistema”. Osserva Ferraresi: “La proverbiale incoerenza di Trump va letta all’interno della cornice anti-intellettualista”. A “Playboy” nel 1990 dichiarò di essere conservatore, ma che avrebbe avuto più successo come candidato democratico. Abortista ed anti-abortista, contrario al matrimonio gay salvo aggiungere che “se due persone si piacciono, si piacciono”, si è detto favorevole alla “copertura sanitaria universale” aggiungendo, con sovrano disprezzo della logica, di voler favorire una riforma ispirata ai principi del libero mercato.

Poteva piacere al gruppo dirigente del partito per il quale corre? Certamente no, ma lui l’ha messo in un angolo ed il Grand Old Party, con i suoi ex-presidenti ed i candidati bruciati, adesso naviga a vista, non tanto per il ciclone-Trump quanto per non essersi saputo riformare dopo la fallimentare presidenza Bush, l’interventismo scriteriato, l’esportazione della democrazia tanto cara ai “neocon” (conservatori ex-trotzkisti: un capolavoro dei tink tink e dei falchi delle amministrazioni dei Bush) e via dicendo. I repubblicani hanno snaturato la loro fisionomia perché hanno messo da parte quel conservatorismo “classico” che li aveva resi centrali nella politica americana post-kennedyana, grazie a uomini come Barry Goldwater, Russell Kirk, Pat Buchanan. Quest’ultimo, citato da Ferraresi come caposcuola dei “paleocon”, riassumeva la visione tradizionalista conservatrice con queste parole: “Siamo per la vecchia chiesa e la vecchia destra, anti-imperialisti e anti-interventisti, miscredenti della Pax Americana”. Commenta Ferraresi: “Pessimisti circa la natura umana, dunque scettici verso qualunque progetto utopico, erano contrari ad una politica estera espansionista che avrebbe fatalmente trasformato la repubblica cara ai Padri fondatori in un impero possente e senza volto, disancorato dalla tradizione europea alla quale sentivano di appartenere”.

Un universo concettuale ed ideale dal quale Trump è lontanissimo. Ed è ancor più distante dal mondo repubblicano che pur dice di voler rappresentare – senza beninteso essere conservatore! – anche perché, come nota Spannaus, “Non rispecchia le loro idee, si colloca al di fuori dal perimetro delle forze che hanno  gestito il Paese negli ultimi decenni. Dunque per i dirigenti repubblicani – e anche per i democratici più centristi e legati al sistema di potere attuale – non basterebbe che Trump smorzasse i toni ed evitasse gli insulti e le proposte provocatorie; c’è un problema più serio, una minaccia mortale al modulo operandi della politica contemporanea”.

Già, ma Trump punta esattamente su questo per “rompere” definitivamente e mandare in soffitta una volta per tutte il Grand Old Party. A lui del futuro dei repubblicani e dei conservatori non importa assolutamente nulla. Tanto Ferraresi che Spannaus ce lo illustrano molto bene.

Il primo mette in evidenza la sua irresistibile ascesa come costruttore, finanziatore di partiti, negoziatore, padrone di casinò e deus ex machina di innumerevoli concorsi di bellezza, erede di un impero immobiliare, politico per necessità, mondano ma anche popolare. “Rintracciare le origini della forma mentis nostalgica e della vaghezza politica di Trump – osserva Ferraresi – permette di capire che non è un fenomeno avulso dal contesto: la sua figura, il suo credo contraddittorio, il linguaggio hanno una loro dimensione nella storia della democrazia americana che va rinvenuta nel passato e messa a confronto con le incertezza dell’oggi”. Ha successo Trump, indipendentemente dal “credo” politico piuttosto evanescente, perché parla ad un’America ferita e perplessa, quell’America che attribuisce ad Obama, ma soprattutto ad Hillay Clinton ed al suo consorte la decadenza che denuncia il front runner repubblicano. Indipendentemente dal fatto che Trump conquisti la Casa Bianca, la partita, sostiene Spannaus, l’ha già vinta sostanzialmente. La questione, sostiene l’analista americano, è se l’intero mondo transatlantico, dunque non solo americano, sarà disposto a rivedere gli errori commessi finora in politica estera e nella gestione dell’economia: temi sui quali Trump ha calamitato i consensi. Certo, se la Clinton diventerà presidente, nonostante i molti malpancisti democratici che le hanno preferito Bernie Sanders speculare al candidato repubblicano, ci si potrà aspettare una sostanziale continuità con il passato e forse il rinfocolarsi di vecchi conflitti aggiunti ai nuovi. Insomma, per Spannaus “se non si risponderà in qualche misura alle richieste di cambiamento da parte della popolazione, la prossima volta la rivolta sarà ancora più grande, e magari anche più pericolosa”.

Insomma Trump, pur non volendo, preoccupato soltanto del suo successo, ha finito per mettere l’America davanti dal proprio destino. Se dovesse soccombere in molti tireranno un sospiro di sollievo; se dovesse vincere, in tanti resterebbero increduli, ma nessuno, neppure i sostenitori, sarebbero certi di aver fatto la cosa giusta. Del resto, dare fiducia a Hillary Clinton significa riconsegnare gli Stati Uniti alle vecchie oligarchie che ne hanno favorito la decadenza.

Mai dal tempo di George Washington la scelta di un presidente è stata tanto problematica e densa di incognite.

 

ANDREW SPANNAUS, Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America, pp.101, 10,00 euro

MATTIA FERRARESI, La febbre di Trump. Un fenomeno americano, pp. 159, 12,00 euro