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Yukio Mishima, biografia di Scott Stokes : si uccise facendo Harakiri perché…

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Yukio Mishima, biografia di Scott Stokes : si uccise facendo Harakiri perché…Yukio Mishima, scrittore dalle molte anime e dai numerosi volti, con il passare del tempo diventa sempre più “attuale”. Forse perché la sua estrema trasgressione viene letta come il capolavoro definitivo della sua vita o, più semplicemente per il fatto che dalle sue pagine perfino le generazioni più giovani traggono motivi di interesse e di stupore. Fatto sta che a più di quarantacinque anni dalla sua morte spettacolare,  il tragico seppuku, il “sucidio rituale” (noto in occidente anche come harakiri) insomma, dell’antica tradizione nipponica, continua infatti ad essere considerato un “caso”. Lo prova la nuova edizione della più completa biografia che sia stata scritta su di lui: “Vita e Morte di Yukio Mishima” di Henry Scott Stokes che la Lindau ripropone.

In quasi mezzo secolo la comprensione della sua opera e la sua fama sono cresciute a dismisura. Quasi tutti i suoi quarantasei volumi sono stati tradotti in Occidente e in particolare in Italia, oltre a numerose sillogi. Rileggendo oggi il saggio di Stokes che gli fu amico e quasi “testimone” del  seppuku compiuto da Mishima il 25 novembre 1970 nel Quartiere generale delle Forze Armate Giapponesi (“Jeitai”) dopo aver preso in ostaggio il comandante della guarnigione, risulta ancor più evidente il legame tra la letteratura ed il gesto estremo nella visione dello scrittore. Affiora, infatti, un bisogno di verità da parte di Mishima che può essere soddisfatto soltanto dalla creazione letteraria che si fa azione e stile di vita. Il suo biografo descrive, con partecipazione anche quando si mostra perplesso, un “capolavoro” esistenziale e perfino politico la vita e l’opera di Mishima la cui fine, se all’epoca generò perfino repulsione nella maggior parte degli ambienti giapponesi, è andata via via assumendo una dimensione estetica ed etica, rappresentando, come è stato scritto, la tradizione giapponese più autentica. Per di più viene riconosciuto come  lo scrittore più visionario ed all’avanguardia del suo paese che, tra l’altro, ha saputo conciliare la sua anima orientale con l’assimilazione della cultura occidentale, fino a farne parte integrante della sua opera. Un paradosso solo apparente che Stokes spiega molto bene unitamente al clima nel quale si è formata ed è maturata la coscienza civile e letteraria di Mishima.

In effetti, come si ricava dal libro di Stokes, l’innato senso della bellezza, che lo scrittore coltivò fin dalla più tenera età, gli fece scoprire che l’analogo sentimento era il fondamento della cultura classica occidentale, soprattutto greca. Ed è per questo che Mishima può, verosimilmente, essere considerato scrittore di due mondi, interprete di una tradizione universale, il cui stile può essere compreso anche dagli europei dai quali ha imparato molto, soprattutto «frequentando» D’Annunzio e Huysmans, Dostoevskij e Mann, Wilde e Baudelaire, ma anche Raymond Radiguet e Friedrich Nietzsche. I romanzi lo confermano ampiamente. E sono, appunto per questo, da alcuni ritenuti «scandalosi », in quanto innovatori di una tradizione letteraria che fino all’apparire di Mishima sulla scena aveva avuto come punti di riferimento Junikiro Tanizaki e Yasunari Kawabata.

L’altro «scandalo» fu la sua morte “spettacolare” a quarantacinque anni, un’età di semina per gli altri, per lui il tempo del raccolto più maturo e paradossalmente più amaro: aveva già fatto tutto, non gli restava che il capolavoro e lo trovò in una fine consapevole, atto d’amore per il suo paese e di coerenza estrema con quanto aveva sostenuto in tutti i suoi scritti.

Non a caso, prima di togliersi la vita, quella stessa mattina, inviò al suo editore l’ultima parte della tetralogia del Mare della fertilità: più che un ordinario romanzo, un testamento. In essa  lo scrittore coglieva nella società nipponica, per quanto devastata, elementi di una possibile restaurazione culturale e spirituale.

I quattro romanzi del ciclo  sottendono la nozione di reincarnazione. Ma è nel secondo volume, Cavalli in fuga, che Mishima esprime con metafore assai efficaci e in uno stile scintillante le sue idee politiche e religiose ponendole ancora una volta sullo sfondo dei violenti contrasti che caratterizzarono il Giappone negli anni Trenta.

Alla fine della sua navigazione Mishima trovò il Grande Mare che avrebbe solcato in compagnia delle tante anime del Giappone fatte rivivere nella sua opera letteraria. C’era infatti una tumultuosa, invisibile folla, rappresentativa della tradizione spirituale e culturale del Sol Levante,  quel 25 novembre 1970 nell’ufficio del generale Mashita al Quartier generale dello Jeitai, quando il più grande scrittore giapponese del Ventesimo secolo si accasciò sul pavimento, con l’addome squarciato, mormorando per l’ultima volta: “Lunga vita all’Imperatore”. Qualcosa di più di un omaggio formale, quasi una preghiera.

HENRY SCOTT STOKES, Vita e morte di Yukio Mishima, Lindau, pp.432, 28,00 euro