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Moravia, lettere a Elsa Morante: “Ti amo, comunque i soldi sono nel secondo cassetto”

ROMA – “Ti amo, Elsa, vorrei fare l’amore con te e comunque i soldi sono nel secondo cassetto a destra”. Così scriveva uno sconsolato Alberto Moravia alla moglie Elsa Morante. Le lettere di quel matrimonio sbilenco che, tra alti e bassi, ha tenuto uniti e divisi i due grandi scrittori del Novecento, sono ora raccolte in un libro, a cura di Alessandra Grandelis, edito da Bompiani, storico editore di Moravia (pp. 266, 19 euro). Titolo: Quando verrai sarò quasi felice. Sottotitolo: Lettere a Elsa Morante 1947-1983. Questo perché l’epistolario è a senso unico: mancano le risposte della Morante, dal momento che Moravia era solito disfarsi della sua corrispondenza, non appena l’aveva letta.

Il volume, in libreria dal 17 novembre, è tutto quel che resta di quel loro rapporto tempestoso e altalenante. Fu un “amore senza innamoramento” come ebbe a definirlo lo stesso Moravia. La confessione è riportata dalla curatrice Alessandra Grandelis nella prefazione al libro: “Non sono mai stato innamorato di lei – disse lo scrittore – Innamorarsi è una cosa, amare un’altra cosa… Elsa l’ho molto amata, mi ha fatto soffrire molto… non posso dire di essere stato innamorato di lei”.

I loro destini si incrociarono nel 1936 in una birreria del centro storico all’epoca frequentata da molti artisti romani. Fatale fu l’amicizia in comune con il pittore Giuseppe Capogrossi che li presentò. Lui, autore affermato (Gli indifferenti è del 1929) piacente e sicuro di sé, strinse la mano di lei, scrittrice alle prime armi, fascinosa e con gli occhi bellissimi. Erano diversissimi in tutto, opposti per carattere, realista lui, visionaria lei. E per estrazione sociale, borghese lui, poverissima lei: Elsa non era riuscita completare gli studi in Lettere, si manteneva scrivendo tesi di laurea a pagamento.

Eppure nel 1941 quella coppia male assortita convolò a nozze. Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, per sfuggire alle rappresaglie dei nazisti, lasciarono insieme Roma occupata, per rifugiarsi a Fondi. Forse è proprio in un simile momento che la loro unione si consolida. Con il dopoguerra sopraggiunse il successo letterario, per entrambi, anche se lui brillava più di lei che ne soffriva. Nonostante la competizione restarono l’uno al fianco dell’altra, spronandosi a vicenda, anche dopo la rottura. “Scrivi Elsa non privarci delle tue storie”, continuava a dirle lui anni dopo la separazione. E ancora: “Sono così curioso di leggere il tuo lavoro”. Le dava buoni consigli: “Accetta la regia di Liliana Cavani per La Storia: è brava, saprà di certo rendere quello che hai voluto dire e tu attraverso la televisione potrai tornare tra le persone umili”.

Ma in quelle 101 lettere che Moravia scrisse alla sua Elsa, dal 47 agli anni Ottanta, non c’è nulla di aulico né di romantico. Nessuna astrazione letteraria, solo il confronto di un uomo con una donna. Un marito premuroso e una moglie riottosa a tratti ingrata e incapace di coglierne il sacrificio.

A discapito della sua nomea di intellettuale borghese, insofferente e pure maschilista, il Moravia epistolare è un marito che si fa carico di tutte le incombenze materiali che attengono la vita coniugale. E’ un uomo che ricorda più volte alla moglie di andare dal commercialista per compilare la dichiarazione dei redditi:

“Cara Elsa, come al solito quando si parla di cose pratiche, tu ti arrabbi, eppure le cose pratiche esistono e influiscono a lungo andare (o anche immediatamente) sulle cose non pratiche, cioè sulle cose per le quali vale la pena vivere”

“Tu non vuoi parlare di denaro, ma renditi conto che tutto questo non è denaro, bensì lavoro, fatiche, libri scritti”.

“Sia chiaro, Elsa, che io sono un poeta, un’anima delicata, una persona che odia le cose materiali della vita come e più di te, se è possibile”

Che la sgrida quando esagera:

“Sono animato da un residuo spirito cristiano o altruista o chiamalo come ti pare che mi dice che non ci si deve sottrarre a certi obblighi verso gli altri. Tu questo spirito cristiano non ce l’hai”

Che la accudisce:

“Lavora bene e cerca di mangiare cose buone”

 

Che la rassicura:

“Tu dici spesso che non ti amo e invece io non posso fare a meno di te”

“Cara Elsa, io ti amo ancora tanto, che basta una tua parola sgarbata per farmi soffrire. Purtroppo c’è in te come un demone che ti spinge a dirmi sempre delle cose spiacevoli. Perché non sarebbe possibile cambiare tutto ciò?”

“Ho capito che ti amo molto cosi sentimentalmente come fisicamente…Vorrei tanto che tu fossi qui e ho tanto desiderio di baciarti e di fare l’amore con te”

Fino all’85, quando lei si spense a Roma sola e infelice, Moravia non smise mai di prendersene cura. Neppure quando andarono a vivere in case separate e le loro vite si riempirono di nuove persone. Per lui ci fu la giovane scrittrice Dacia Maraini; per lei un’infatuazione per Luchino Visconti, e poi un’altra storia tormentata col pittore Bill Morrow, morto suicida. Non divorziarono mai e per un destino beffardo i loro nomi Morante-Moravia resteranno per sempre l’uno accanto all’altra sugli scaffali delle librerie.