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Torture anche in Gran Bretagna? Le rivelazioni sulla seconda guerra mondiale

Torture anche in Gran Bretagna? Le rivelazioni sulla seconda guerra mondiale

Torture anche in Gran Bretagna? Le rivelazioni sulla seconda guerra mondiale (Il colonnello Alexander Scotland)

LONDRA – Anche la Gran Bretagna fu colpevole di torture? In un nuovo libro le rivelazioni su come un colonnello britannico ottenne la confessione di un soldato nazista in un seminterrato a Kensington. Il libro The London Cage di Helen Fry, di cui il Daily Mail pubblica uno stralcio, descrive la storia segreta del centro interrogatori clandestino gestito dal Secret Service britannico durante la Seconda Guerra Mondiale.

“Nel corso degli interrogatori, l’ex membro del Gestapo era arrogante e sfacciato. Non avrebbe parlato del suo ruolo nell’omicidio di due piloti britannici che nel 1944, durante la Grande Fuga del 1944 avevano trovato modo di fuggire dallo Stalag Luft III”, scrive la Fry.

Ricatturati, furono fucilati insieme ai 50 aviatori su ordine di Hitler, e a guerra finita gli investigatori britannici catturarono i nazisti sospettati degli omicidi. Uno di loro, Erich Zacharias, fu condotto al cosiddetto London Cage, un centro di interrogatori clandestino gestito dal Servizio Segreto, in un’esclusiva strada privata a Kensington, Londra. Le eleganti camere erano state trasformate in celle e dormitori. La sala da biliardo nello scantinato veniva utilizzata per gli interrogatori.

Ed è lì che il terribile e temibile tenente colonnello Alexander Scotland, ha organizzato uno scenario particolare così da far sciogliere la lingua al prigioniero. “Le tende erano tirate, le luci erano accese. Zacharias è stato portato ammanettato e fatto inginocchiare davanti a un tavolo. Quattro di noi lo affrontarono”.

Si trattava di una deliberata rievocazione della scena in cui, prima di uccidere i due piloti che erano scappati, Zacharias li aveva torturati. Scotland l’aveva saputo da altri testimoni.

“Fu letto un comunicato in cui veniva indicato il suo ruolo nell’omicidio. Poggiai una mano sulla spalla di Zacharias e dissi: “Qual è la verità?”. Scioccato e intimidito ammise la sua colpa”.

In cinque minuti, il lavoro di Scotland il lavoro era terminato. Registrò:”Con Zacharias abbiamo inscenato uno spettacolo ma si trattato di psicologia, non di forza”. Nessuna violenza fisica, sicuramente è stata messa in atto per carpire la confessione ma il metodo di Scotland, scrive la Fry, era un’indebita pressione? Scotland era in contrasto con gli standard di comportamento nei confronti dei prigionieri stabiliti dalla Convenzione di Ginevra?

Le domande su quanto sia accaduto nel misterioso London Cage sono state ora sollevate nuovamente dalla storica Helen Fry, il cui libro mette in luce un interessante aspetto della Seconda Guerra Mondiale e, al contempo, un dilemma etico ancora oggi irrisolto, osserva il Daily Mail.

Il London Cage non era un luogo accogliente per chi era dentro e non era destinato ad esserlo: è lì che venivano strappate informazioni importanti, inizialmente quelle provenienti dai PoW (prigionieri di guerra) e, a conflitto terminato, le prove per condannare i sospettati di crimini di guerra.

Scotland, duro e motivato come qualsiasi nazista, ma eccezionalmente intelligente e perspicace, gestì il centro con il pugno di ferro. Il solo sguardo penetrante poteva togliere il fiato a uomini forti e chi sceglieva di affrontarlo rimaneva umiliato.

Nelle sue memorie, rimaste inedite perché l‘MI5 ne vietò la pubblicazione, sosteneva che “pur essendo necessario disciplinare i prigionieri arroganti e impudenti, non abbiamo mai utilizzato forza fisica, nessun trattamento con l’acqua gelata, nessun terzo grado”.

La Fry è arrivata a una conclusione diversa: “Pochi possono negare che abbia oltrepassato il limite”, afferma la storica dopo aver esaminato le prove che i prigionieri sono stati privati del sonno, sfiancati dall’acqua gelata, costretti a svolgere lavori umilianti come ad esempio raschiare il gabinetto con un rasoio o uno spazzolino da denti. Alcuni prigionieri erano sottoposti a esercitazioni estenuanti, altri tenuti in isolamento per lunghi periodi.

Il meno collaborativo tra i prigionieri veniva sbattuto nella stanza 22 del seminterrato, un posto buio, umido, tipo una prigione sotterranea. I prigionieri erano costretti a stare nudi per ore, a volte incatenati o immersi per lungo tempo nell’acqua gelata.

Si è parlato di elettroshock e di siero della verità per far parlare i prigionieri. Quattro degli “ospiti” del London Cage si suicidarono. Scotland, tuttavia, ha sempre sostenuto di aver usato una “forza” moderata ma le accuse di grave condotta in generale provengono da prigionieri cui stava col fiato sul collo, come Zacharias.

Nel 1947, quando fu processato, l’avvocato difensore tedesco accusò gli inglesi di aver estorto la confessione con la forza e Scotland testimoniò per tre giorni, negando di aver colpito Zacharias o aver utilizzato dispositivi elettrici.

Il tribunale gli credette, accettò come autentica la confessione di Zacharias a Scotland e lo condannò all’impiccagione. Dando una spiegazione alle sue azioni, Scotland ha scritto: “I criminali della Gestapo non devono pensare di trovarsi in un luogo riposante o in un asilo. Ci sono diversi modi per mettere a posto un prigioniero arrogante, senza necessità di picchiarlo”.

Un altro prigioniero con una presunta cattiva condotta era l’ufficiale SS Fritz Knochlein, responsabile del massacro di quasi 100 soldati britannici che nel 1940 si erano arresi sulla strada verso Dunkirk. Scotland ammise di essere stato tentato, lo descriveva come “il peggior tedesco mai entrato nel London Cage. Non riuscivo a guardarlo senza aver voglia di colpirlo. Ha destato la mia parte peggiore. La sua malvagità, la menzogna e la natura brutale e insieme il pensiero degli uomini coraggiosi che aveva massacrato, a lungo mi hanno fatto pensare di dargli un assaggio della medicina SS”. Ma affermò categorico di non averlo mai fatto.

In tribunale, Knochlein ha affermato di essere stato frustato, preso a calci, picchiato e torturato ma i giudici stabilirono che le sue accuse erano irrilevanti rispetto a quelle presentate contro di lui. Anche lui, fu impiccato.

Per Scotland, il verdetto non rappresentava una rivincita. Voci e insinuazioni hanno offuscato la sua reputazione e ancora adesso è così. Dopo settant’anni, è facile essere indignati per gli eccessi che, senza dubbio, sono accaduti al London Cage, scrive il Daily Mail. La coscienza liberale si sente offesa, come se Scotland fosse equivalente alle atrocità commesse dai nazisti, crudeltà senza precedenti.

Allora, sostiene il tabloid britannico, eravamo in guerra e oggi siamo in guerra contro il terrorismo. Fin dove può spingersi chi è responsabile della protezione per raccogliere informazioni che garantiscano la sicurezza? “Era il dilemma del colonnello Scotland, ed è la stessa cosa non solo per le forze di sicurezza del XXI secolo ma anche ogni singolo cittadino. Ma non è facile dare una risposta”, conclude il Daily Mail.

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