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Sallusti rischia l’arresto e 14 mesi di carcere per un articolo scritto da un altro

Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri (LaPresse)

Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri (LaPresse)

MILANO – Il direttore del Giornale Alessandro Sallusti sta per essere arrestato per diffamazione: potrebbe andare in carcere e restarci per 14 mesi se mercoledì 26 settembre la Cassazione confermerà la sentenza della Corte d’Appello di Milano, datata 17 giugno. Verdetto con il quale si condannava Sallusti in qualità di ex direttore di Libero a un anno e due mesi senza condizionale.

I fatti risalgono al 2007: La Stampa pubblica una notizia su una ragazzina di 13 anni, che rimane incinta ma viene autorizzata ad abortire dal tribunale di Torino. In seguito all’aborto soffre disturbi mentali tali da portarla in un reparto di Psichiatria. Nel dibattito fra chi difende la scelta dei giudici e degli assistenti sociali contro la Chiesa e i gruppi antiabortisti, interviene Libero. Che ricostruisce la vicenda con un articolo di cronaca firmato da Andrea Monticone, affiancato da un commento firmato con lo pseudonimo Dreyfus:

“Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.

Il commento non suscita le proteste dei genitori della ragazzina o del ginecologo. Provoca invece la querela del magistrato Giuseppe Cocilovo che, scrive Il Giornale, “è in servizio presso l’ufficio del giudice tutelare e il cui nome non è stato fatto né da La Stampa né da Libero né dagli altri giornali”.

Ma Cocilovo si sente chiamato in causa. Prende penna e carta da bollo e deposita una querela contro il cronista e contro l’autore del commento. Sallusti finisce sotto inchiesta: sia per «omesso controllo», cioè per avere permesso la pubblicazione dell’articolo di Monticone, sia come supposto autore del commento firmato “Dreyfus”. Il 26 gennaio 2009 il tribunale di Milano condanna Monticone e Sallusti rispettivamente a 5 mila e 4 mila euro di ammenda. Cocilovo e la procura impugnano. E in appello, il 17 giugno 2011, arriva la batosta.

A Monticone viene inflitto un anno di carcere: ma almeno al cronista vengono concessi la sospensione condizionale della pena e la non menzione sul certificato penale. Per Sallusti invece i giudici scelgono la linea dura, spiegata in appena dieci righe di motivazione. Quattordici mesi di carcere. La condizionale viene negata «ai sensi dell’articolo 133 del codice penale», e cioè – oltre che per gli altri procedimenti penali subìti da Sallusti come giornalista – a causa della sua «pericolosità» e dalla previsione che se lasciato a piede libero potrebbe commettere altri reati. Su uno dei punti cruciali, e cioè se sia lui l’autore dell’articolo incriminato, la motivazione è sbrigativa: «Direttore responsabile del quotidiano Libero e quindi da intendersi autore dell’articolo redazionale a firma Dreyfus».

La prospettiva che il suo direttore venga condannato fa insorgere Vittorio Feltri, che arriva ad attaccare anche Silvio Berlusconi per non aver modificato una legge fascista: quella per la quale le cause per diffamazione e per i reati di opinione in genere vengono sottoposte alla giustizia penale e non alla civile. Il che rende l’Italia un Paese unico al mondo. Il Giornale passa in rassegna le giurisprudenze in vigore fuori dai nostri confini. A partire da una sentenza della Corte di Strasburgo in cui si afferma che il carcere è incompatibile con la libertà di stampa. Passando per la Gran Bretagna, che ha depenalizzato il reato; per gli Usa, dove è depenalizzato in 33 Stati su 50; poi Francia, Germania, Svezia, Svizzera, Croazia, Serbia, Macedonia: in nessun caso il reato di diffamazione porta in carcere chi lo commette.

In passato più di un giornalista è stato arrestato per reati di opinione. Successe a Lino Jannuzzi, che nel 1967 con un’inchiesta sull’Espresso (diretto da Eugenio Scalfari) rivelò piani golpisti del generale De Lorenzo: il giornalista siciliano fu condannato per diffamazione a 16 mesi di carcere. Poi nel 2002 la Procura di Napoli chiede di nuovo l’arresto di Jannuzzi per il cumulo di tre condanne, sempre per diffamazione. Jannuzzi era direttore del Giornale di Napoli e un pm del processo a Enzo Tortora l’aveva querelato.

Ancor più famosa la vicenda di Giovannino Guareschi, che poi resterà l’unico giornalista che abbia scontato interamente una condanna per diffamazione in carcere: l’inventore del mondo di Don Camillo e Peppone fu condannato una prima volta per diffamazione ai danni del presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Otto mesi, ma con la condizionale.

Il processo e il carcere arrivarono nel 1954. Questa volta Guareschi era stato denunciato da Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dal 1945 al 1953. Guareschi aveva pubblicato due lettere autografe di De Gasperi, datate 1944. In una di queste De Gasperi avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma per demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi. Secondo Guareschi, che le aveva sottoposte anche a perizia calligrafica, le lettere erano autentiche.

I giudici non vollero sottoporle a ulteriori perizie: a loro bastarono le parole di De Gasperi, che naturalmente aveva dichiarato che le lettere erano false. Né accettarono le testimonianze portate dalla difesa di Guareschi, fra le quali quella di Giulio Andreotti, molto vicino a De Gasperi.

Guareschi fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere. Non presentò ricorso in appello perché riteneva di aver subito un’ingiustizia: “No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente”.

Le lettere furono distrutte e Guareschi si fece 409 giorni carcere più sei mesi di libertà vigilata. Si rifiutò di chiedere la grazia. Era il 1954. Da allora non è cambiato nulla.

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