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“C’erano i reporter di guerra”: Mimmo Candito testimonial di un mestiere scomparso al tempo della Post-Verità

"C'erano i reporter di guerra": enciclopedia di un mestiere scomparso al tempo della Post Verità

Mimmo Càndito e la copertina del suo libro “C’erano i reporter di guerra”

ROMA – C’erano una volta i corrispondenti di guerra, figure mitologiche e avventurose che, zaino in spalla e incoscienza da vendere, si spingevano fin dentro i campi di battaglia e sotto i colpi di mortaio raccontavano l’orrore in prima linea. Testimoni mai troppo privilegiati, a contatto diretto con la realtà in territori impervi, misteriosi e decisamente pericolosi. C’erano una volta e forse non ci sono più: è questo l’inesorabile destino che Mimmo Càndito. storico inviato del quotidiano La Stampa e presidente italiano di Reporters sans Frontières, lascia presagire nel suo ultimo libro: “C’erano i reporter di Guerra. Storie di un giornalismo in crisi da Hemingway ai social network” (Baldini & Castoldi, 2016, pp.766)

Lo fa annotandolo a penna, quel “c’erano” aggiunto in corsivo accanto al titolo originale della prima edizione: “I reporter di guerra” del 2002, che si è arricchito di un altro decennio e passa di duro lavoro sul campo e soprattutto di nuova consapevolezza. Anche nel sottotitolo il “correttore automatico” è intervenuto: la storia, singolare, si fa plurale e si allunga da Hemingway fino ai social network. Il giornalismo “difficile” è oggi un giornalismo “in crisi”.

La nuova edizione, ampliata e aggiornata, chiude così la parabola di un mestiere da sempre avverso e tribolato. Fin dai suoi albori quando Sir Garnet Wolseley, generale britannico nella guerra di Crimea, inveiva contro i “nuovi figurini inventati in appendice agli eserciti, che mangiano a sbafo le razioni dei soldati”.

Il primo e forse l’inventore di quei nuovi figurini si chiamava William Howard Russell e fu spedito dal Times sulle coste turche al seguito dell’esercito di Sua Maestà. Il 14 novembre 1854 Russell pubblicò la sua memorabile cronaca della disfatta dei 600, la brigata leggera dell’esercito inglese che a Balaclava andò a infrangersi contro le linee e le cannonate russe. Era nato un nuovo genere: il giornalismo di guerra.

Le sue corrispondenze ebbero grande successo in patria e valsero al Times il prestigio di cui ancora oggi gode. La nobile arte della guerra veniva messa a nudo per la prima volta. Russell scriveva tutto quello che vedeva, vale a dire il dolore, la sofferenza, i corpi straziati dalle granate, ma anche gli errori dei generali, la presunzione e il pressappochismo di alcuni comandanti. Va da sé che non altrettanto graditi furono i suoi reportage per la Corona e gli alti ranghi dell’esercito: così in Crimea fu spedito anche il primo fotografo ufficiale di guerra, Roger Fenton, espressamente incaricato di correggere le verità scomode raccontate da Russell. Le sue foto compassate, dei soldati inglesi ben vestiti, perfettamente equipaggiati ed ordinatamente disposti accanto ai loro cannoni rappresentarono la prima forma di manipolazione dell’informazione.

Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, quell’intreccio inedito tra azione e scrittura, avventura e narrazione attrarrà sui fronti di guerra grandi nomi della letteratura. Da Stephen Crane a John Steinbeck, da George Orwell a Ernest Hemingway, ribattezzato da Càndito il “ballista”. L’aura mitica del reporter di guerra per antonomasia, viene qui dissacrata in nome di un più alto senso della realtà: quel drammatico reportage dalla prima linea che Hemingway scrisse sullo sbarco in Normandia, fu in realtà la versione spettacolarizzata e gonfiata di quel che raccolse dalle retrovie. Eppure gli valse numerosi premi giornalistici.

Tutto questo e tanto di più è sapientemente ricostruito e riportato nel libro di Càndito, straordinaria enciclopedia in nuce degli ultimi 150 anni di guerre e geopolitica. E’ un testo a metà strada tra un diario di bordo e un manuale del mestiere. Ci sono i ricordi, i viaggi, le immagini e i dialoghi vissuti in prima persona dall’autore, alternati a pagine di storia con la S maiuscola. Flusso di coscienza incredibilmente lucido e miniera di testimonianze autorevoli. C’è il leggendario Luigi Barzini nella prima guerra mondiale ma pure il Barzini crepuscolare della seconda. C’è il glorioso Peter Arnett e i suoi 40 giorni in terra infidelium, a Baghdad, per la Cnn, poi scivolato sulla montatura giornalistica dell’operazione Tailwind. Un’indimenticabile Oriana Fallaci, preceduta dalla sua fama per le interviste feroci e i reportage semiclandestini dal Vietnam, poi costretta a scontrarsi contro la porta sbarrata del potente generale Norman Schwarzkopf, l’ideatore dell’Operazione Desert Storm e del Jib, il Joint information Bureau, Grande Fratello di tutti i giornalisti.

Ci sono e non potrebbero certo mancare i giornalisti morti sul campo: Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni sono solo gli ultimi nomi di un elenco lunghissimo e che paradossalmente si accorcia di anno in anno. Ci sono meno morti ammazzati, è l’analisi impietosa di Càndito, anche perché ci sono meno giornalisti che hanno potuto fare il proprio lavoro.

I conflitti dell’ultimo quarto di secolo, dal Kuwait alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq, ci insegnano che i margini di manovra per i giornalisti di guerra sono sempre più risicati. Truppe di reporter accreditati si affollano sui confini, tenuti a debita distanza dalla prima linea, seguono i briefing dei militari e si limitano a diffondere, rielaborandoli, i comunicati stampa ufficiali forniti dai comandanti. I grandi reportages non si fanno più e il rischio di diventare efficienti “disinformatori di regime” è sempre dietro l’angolo.

La verità è che fin da subito i governi hanno imparato a maneggiare con cura il potere dei media, per consolidare il consenso interno e sotterrare gli errori e le notizie scomode. Dalla prima guerra mondiale in poi la propaganda è stata parte integrante e arma fondamentale dei più evoluti arsenali, coinvolgendo nello sforzo intellettuali e giornalisti, utilizzando le tecnologie più avanzate, persino sposando le forme della pubblicità per influenzare la psicologia collettiva. Accanto ai generali operano ormai uffici di pubbliche relazioni che sanno bene come inscatolare il “messaggio-guerra”: il terrore per un nemico “disumano”; l’inevitabile scontro difensivo di una gioventù chiamata a immolarsi per il bene superiore della Patria, l’anelito a una vita eroica e non mediocre.

Un’attenta analisi mediologica attraversa tutto il libro di Mimmo Càndito. Si fa strada nel racconto l’incredibile evoluzione degli strumenti del mestiere: dal sempreverde taccuino al vetusto telex, dai telefoni satellitari agli smartphone fino ad arrivare all’Mjw (Mobile journalistic workstation), una sorta di zaino futuristico dotato di modem, pc, microcamera, antenna gps, occhiali per la realtà aumentata e ogni altra diavoleria tecnica al servizio del cyber-reporter del terzo millennio.

Càndito non tralascia di applicare l’insuperata lezione di McLuhan imponendo una riflessione, seppur sconfortante, su una comunicazione che è sempre più veloce e muscolare ma sempre meno attenta alla correttezza del messaggio.

Se in Vietnam la televisione è riuscita a produrre il miglior giornalismo della storia, smascherando le menzogne della Casa Bianca e documentando gli atroci crimini di guerra perpetrati, in Kosovo il giornalismo ne è uscito quasi sempre con le ossa rotte. Le cineprese di tutto il mondo, Cnn compresa, oscurate da un sistema rigido di censura, venivano tenute lontane dai principali avvenimenti. E in una sorta d’imprevedibile rivincita, gli inviati della carta stampata riuscirono a recuperare un proprio spazio di indagine con le loro ricostruzioni, più o meno attendibili. Tant’è che le stesse televisioni, in assenza di immagini, hanno dovuto bussare alla porta dei reporter per soddisfare la fame di notizie, condite poi con un gran spreco di retorica.

Venne poi il tempo dei social network e con esso la immediatezza bruciante di un tweet o di un post su Facebook. La costruzione del racconto ha ceduto il passo all’estetica dell’apparenza. Ciò che appare sul web è solo una rappresentazione molto parziale e semplicistica della realtà che invece viene consumata acriticamente come La realtà. E’ questo il tema cardine di tutto il libro e forse il suo contributo più interessante: con l’avvento dei social media, la notizia non ha più il tempo di diventare informazione, cioè tassello di un processo di elaborazione della complessità. E’ venuto meno il tempo della riflessione e il lavoro testimoniale dei reporter è stato scalzato da un sistema che si nutre di percezioni, ingigantisce le minacce, si sviluppa con l’immaginazione dei lettori e cresce attraverso le rappresentazioni collettive. Detto con una parola molto in voga: è questo il tempo della Post-Verità, tomba del giornalismo tutto, non solo di guerra.

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