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Diffamazione: 9 anni a giornalisti anti-casta. Fnsi protesta

ROMA – Il giornalista che diffama a mezzo stampa un politico o un giudice rischia il carcere fino a 9 anni. Lo prevede una norma inserita nel disegno di legge che difende gli amministratori pubblici da intimidazioni, violenze e minacce. Si tratta dell’articolo 3 del provvedimento (n.1932-A) che, a prima firma Doris Lo Moro (Pd), è stato già approvato dalla commissione Giustizia del Senato il 3 maggio scorso con il solo voto contrario del senatore di “Idea” Carlo Giovanardi.

Contro la norma si è fin da subito schierato l’Ordine dei giornalisti, che parla di “casta” che “si blinda”. E la Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) il sindacato dei giornalisti, che invoca le cosiddette “querele temerarie”, alle quali non si è ancora posto rimedio, invece delle supposte diffamazioni contro le quali la classe politica è corsa a tutelarsi, con voto “quasi unanime”.

In una nota il segretario generale Raffaele Lorusso e il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, fanno notare: “Quel che stupisce è che si tenti di affermare l’esistenza di una categoria di cittadini più uguali degli altri, e ancora più grave è che il Parlamento lavori ad inasprire le sanzioni a carico dei giornalisti, mentre nessuna risposta è stata ancora data al problema delle cosiddette “querele temerarie” né alla richiesta di cancellare il carcere per i giornalisti, armi improprie utilizzate sempre più spesso contro i cronisti, in particolare contro quelli che per svolgere il proprio dovere fanno i conti ogni giorno con le minacce e le intimidazioni della criminalità».

In sostanza l’articolo 3 del ddl, ora all’esame dell’Aula, introduce una nuova norma nel codice penale: l’articolo “339 bis” che di fatto aumenta le condanne “da un terzo alla metà” se il fatto “è commesso ai danni di un componente di un corpo politico, amministrativo o giudiziario a causa dell’adempimento del mandato, delle funzioni o del servizio”. E questo relativamente a tutta una serie di reati: diffamazione (art.595), lesioni personali (art.582), violenza privata (art.610), minaccia (art.612) e danneggiamento (art.635).

Se si considera dunque l’aggravante che di solito viene considerata per i giornalisti (articolo 13 della legge n.47 del 1948 a cui rimanda l’articolo 595 indicato nel ddl Lo Moro) che è la diffamazione consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, il cronista che diffama il politico, il magistrato o il singolo amministratore pubblico rischia fino a 9 anni di carcere. La pena massima in questo caso è infatti di 6 anni e se si aggiunge la metà della pena (6+3) si arriva a 9.

I colpevoli, accusa il senatore Carlo Giovanardi (Idea) sono i senatori di Pd e M5S che “hanno votato con entusiasmo in commissione Giustizia la norma. Io ho contrastato in commissione questa follia di aggravare le pene per chi diffama i parlamentari, mentre i parlamentari stessi godono della prerogativa costituzionale della insindacabilità per le loro opinioni”, rivendica Giovanardi.

I pentastellati però non ci stanno, e si difendono: “Il M5S precisa che il disegno di legge in merito alle disposizioni in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali, attualmente in discussione al Senato, deve riguardare e tutelare solo ed esclusivamente gli amministratori degli enti locali e, quindi, escludere ogni riferimento ai parlamentari”, spiega Enrico Cappelletti, capogruppo M5S in Commissione Giustizia Senato.

“L’intento della legge, da noi condiviso – spiega ancora il grillino Cappelletti – è quello di mettere a riparo i predetti soggetti da atti di intimidazione, lesioni personali, minacce, danneggiamenti e violenze, non già concedere ulteriori tutele ai parlamentari. Anche a questo scopo, sono stati depositati da tempo gli emendamenti da parte del M5S che verranno riproposti in Aula al momento della discussione del provvedimento. Con attinenza, inoltre, al reato di diffamazione si fa presente che sono già depositati, da tempo, i nostri emendamenti per eliminarlo dal novero dei reati penali nei confronti degli amministratori degli enti locali. Emendamenti quindi a tutela dei giornalisti”, conclude il senatore 5 Stelle.

Quanto al Pd, chiarisce il relatore Giuseppe Cucca, “non corrisponde a verità che il giornalista che diffama i politici o gli amministratori locali rischi fino a nove anni di carcere. L’aggravante, che è stata introdotta con l’articolo 3 del ddl, riguarda solamente la diffamazione a carattere ritorsivo. Per fare chiarezza: il privato cittadino a cui per esempio è stata negata una concessione che si serve del giornalista o del giornale per esercitare una pressione nei confronti dell’asre o dell’amministrazione comunale, compie un atto ritorsivo. Per questo incorrerà nell’aggravante. Ogni altra ricostruzione è priva di fondamento e funzionale solo ad alimentare un clima negativo che crea confusione e disinformazione”, conclude Cucca.

Gaetano Quagliariello, come già fatto da Giovanardi, rivendica la battaglia contraria portata avanti da Idea: “Se un giornalista diffama un cittadino la pena è quella ordinaria, se diffama un politico o un magistrato la pena viene aumentata anche della metà. Questa strabiliante trovata, che non ha nulla a che vedere con l’equilibrio fra i poteri e consiste invece in un mero privilegio che ha l’effetto di una intimidazione preventiva, è stata allegramente approvata dalla Commissione Giustizia del Senato con la fiera e quasi solitaria opposizione del movimento Idea. Dall’uguaglianza davanti alla legge si passa alla legge del marchese del Grillo: io so’ io e voi…”, conclude.