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Siddi: “Industria cultura vale 72 miliardi ma per le tv locali è crisi senza fine”

Siddi: "Industria cultura vale 72 miliardi ma per le tv locali è crisi senza fine"

Siddi: “Industria cultura vale 72 miliardi ma per le tv locali è crisi senza fine”

ROMA – “L’industria della cultura vale 72 miliardi, ma la crisi delle televisioni locali è senza fine”: a dirlo è il presidente di Confindustria Radio Televisioni, Franco Siddi, nel corso del suo intervento all’Assemblea annuale.

“La crisi del settore televisivo locale non conosce fine. La raccolta pubblicitaria è letteralmente crollata, i ricavi totali sono passati da 647 milioni di euro in era analogica a 318 milioni di euro nel 2015. Dal 2008 al 2015 il settore ha accumulato perdite per oltre 210 milioni di euro, che hanno intaccato pesantemente il capitale sociale delle aziende e bruciato le ricapitalizzazioni effettuate dai soci negli anni”.

Imprese televisive storiche, da nord a sud, rileva ancora Siddi, “hanno cessato l’attività, per liquidazione volontaria o, peggio, per fallimento. Stiamo perdendo quote di un patrimonio unico, di libertà e pluralismo, di presidio informativo del territorio, di conoscenze. Stiamo perdendo centinaia di professionisti, giornalisti, tecnici, amministrativi”.

Nonostante tutto questo, osserva il presidente, “ci sono ancora 70-80 emittenti locali che, con grandi sforzi economici, creano occupazione e forniscono un servizio informativo, di comunicazione, promozione e pubblica utilità sul territorio. Queste aziende proseguono il loro imprescindibile servizio di editori, in attesa di una seria riforma di sistema”.

Nel biennio 2015-2016 “gli investimenti pubblicitari hanno ripreso a crescere, ma manca ancora un miliardo di euro rispetto al periodo pre-crisi” ed “in questo contesto si paga anche un prezzo molto alto al vantaggio competitivo degli operatori globali”.

Nel Paese, dice il presidente degli industriali del settore radio-tv, “pesano anche le incertezze del quadro politico che non incoraggiano gli investitori, soprattutto esteri, ad impiegare i capitali necessari a finanziare crescita e sviluppo”. E “a ciò va aggiunta l’enorme difficoltà del sistema bancario italiano di supportare imprese e famiglie”.

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