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Usa, editoria. Crisi al New York Times con licenziamenti in vista

La direttrice del New York Times Jill Abramson

NEW YORK, STATI UNITI – Il New York Times è in crisi e sono in vista licenziamenti. La scadenza fissata dal direttore Jill Abramson per 30 esodi volontari ai vertici del piu’ influente quotidiano americano e’ passata senza che venisse raggiunta la soglia auspicata di chi ha deciso di andarsene ‘con le buone’. Soglia sotto la quale la ‘Vecchia Signora in Grigio’ dovra’ ora far ricorso alla forza, in una stagione nella quale anche un ciclope dell’editoria delle dimensioni di Thomson-Reuters si prepara a mandare a casa 3000 dipendenti inquadrati in diverse mansioni.

Fonti interne al Nyt, parlano di una ventina di giornalisti  che verranno mandati obbligatoriamente a casa dopo che una dozzina soltanto di veterani della redazione – tra questi il vice-direttore, John Geddes – avevano alzato la mano accettando il pacchetto di incentivi messo a disposizione dal quotidiano.

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La Abramson aveva messo lo staff sull’avviso già un mese fa: aveva poi ”supplicato” per giorni la redazione in cerca di volontari disposti ad andarsene. Alla fine hanno accettato, tra gli altri, i capi delle pagine sportive John Sexton e della cultura Jonathan Landman. Via anche Jim Roberts, caporedattore per le news con il suo seguito di 75 mila su Twitter, la cronista del gossip Joyce Wadler e la responsabile dei progetti speciali Alice DuBois.

Alcuni, come la DuBois passa a BuzzFeed, con un nuovo lavoro gia’ in tasca. Altri, come Geddes, senza un piano in mano, almeno ufficialmente. La differenza con altre ristrutturazioni del passato (l’ultima per il New York Times risale al 2008, con circa cento esodi tra prepensionamenti e licenziamenti) e’ che stavolta i 30 giornalisti di cui e’ stata richiesta l’uscita dovevano essere veterani del giornale. Ma anche il Times, pur passandosela meglio del resto dei giornali negli Usa, non e’ immune dalla crisi.

Ha fotografato la situazione il Public Editor (garante dei lettori) Margaret Sullivan in un post domenica scorsa sul suo blog – ”Una pietra miliare raggiunta e montagne davanti” – in cui notava che il 2012 e’ stato per il New York Times l’anno in cui gli introiti della distribuzione (tra abbonamenti al cartaceo e accesso alla edizione online) hanno per la prima volta superato le rendite della pubblicita’.

Una buona notizia ”che mette il lettore in prima fila”, ma che in realta’ nasconde la caduta libera delle inserzioni: meno undici per cento delle pubblicita’ a stampa. ”Nulla nel mondo digitale, ne’ pubblicita’ ne’ abbonamenti possono avvicinarsi a colmare la differenza”, aveva scritto al Sullivan.

Ecco perche’ per la prima volta, dopo aver introdotto un sistema a pagamento per l’accesso online e su tablet, il New York Times sta seriamente considerando un aumento di prezzi. Nulla di definito, ma le indiscrezioni abbondano e sono state confermate da una fonte interna al quotidiano che le ha definito ”plausibili” a due anni dall’innalzamento del primo ‘paywall’.

Se il piu’ celebre dei quotidiani d’America piange, non ride del resto neppure la grande agenzia d’informazione finanziaria globale nata alcuni anni fa dalla fusione Thomson-Reuters, che ha  giusto ha annunciato 3000 esuberi – inclusi alcuni giornalisti – dal suo esercito di 50 mila dipendenti.

La notizia e’ stata confermata dal vicepresidente Barb Burg e coinvolgera’ qualche firma di punta dell’agenzia. I tagli sono frutto di varie cause: dalla concorrenza di Bloomberg alla crisi di Wall Street, ma non solo. ”Thomson e Reuters non sono ancora una società perfettamente integrata”, ha rilevato Chris Roush, docente di giornalismo alla North Carolina University.

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