Blitz quotidiano
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Antonello Venditti sui romani: spavaldi, invidiosi e vizio..

ROMA –  Antonello Venditti non le manda a dire. E se la prende con Roma e con quei romani di cui ha sempre cantato riservandogli parole non proprio amorevoli. Lo fa nel suo libro (dedicato manco a dirlo alla Capitale) “Nella notte di Roma”. E il ritratto che esce dei romani non è dei più lusinghieri: “Spavaldi ma non orgogliosi”, con “il vizio” come “ordine e regola”. E poi Mafia capitale e le primarie taroccate del Pd.

Venditti, per presentare il suo libro, ha concesso una lunga intervista a Vanity Fair, chiacchierata firmata da Silvia Bombrino:

Ah sì, Roma… Di Roma non ci si stanca. Poi c’è stata quella serata che mi ha ispirato… Dovevo andare davvero a una “cena romana”, e davvero stavo cercando parcheggio, quando è arrivata una tempesta di guano. Per via degli storni, il Lungotevere è stato chiuso tre giorni: tonnellate di merda piovevano dal cielo su Roma. Mi è sembrato un simbolo dei tempi che vivevamo».

Si riferisce a Mafia Capitale?
«Certo».

Come sta metabolizzando lo scandalo?
«Come tanti sono rimasto stupito, triste. Va bene la “cena romana”, però se sei ministro devi sape’ con chi vai a cena. Anch’io vengo avvicinato da sconosciuti. Che poi un tempo c’era uno scambio: “Hai fatto parte della mia vita… Le tue canzoni…”. Adesso è solo un “Antone’, se famo un selfie?”».

Ma lei gira liberamente per Roma o è ostaggio dei fan?
«Certo, passeggio. Anche se devo stare attento, sennò mi fermano di continuo».

Nel libro, a Ostia citofona a uno sconosciuto e chiede: «Sono Antonello Venditti, mi può dare un paio di coperte?». Ma non le credono. Lo ha fatto davvero?
«Certo. Nel libro però non ho messo la risposta vera».

Quale?
«See, e io so’ Baglioni!».

Alla fine della notte, Laura le lascia il suo numero di telefono. Le è capitato anche questo?
«La cosa che mi tiene vivo è frequentare gente non della mia età. Non minorenni, eh, intendiamoci. L’amore con la ventisei­enne del libro però non è improbabile, non è un’invenzione letteraria».

Quindi le succede?
«Succede. L’invidia di quello che ti vuole avvinto alla sua generazione è tremenda. Dice: ti tingi i capelli… Ma come? Me li tingo dall’86 e nun te ne sei mai accorto? O quelli che mi dicono: te sei rifatto. A me non me risulta: se invecchio bene, ma che cazzo vuoi da me? Gli uomini sono gelosi. Le donne invece si scusano: Antonello, so’ troppo vecchia. Ma amore mio, io so’ Antonello, te pare che discrimino?».

Adesso è single?
«No. Ma non è meglio parlare d’altro?».

Le parole più dure di Antonello Venditti nei confronti di Roma arrivano in un pezzo del Corriere della Sera firmato da Pasquale Elia

Grazie Roma. Ma non proprio per tutto. Perché va bene la maestà der Colosseo, e per carità niente da dire sulla santità der Cupolone. Ma il guaio è che tutta questa bellezza «ha allattato e reso spavaldo» il romano, «ma non orgoglioso. L’orgoglio è impegnativo, va difeso. L’orgoglio è per chi pensa di essere fatto per quel mestiere, per quella maglia, per quella città, e che lavorare, giocare, vivere lì sia un onore. Il romano, però, non pensa di essere fatto per Roma, ma che Roma sia fatta per lui». Pensieri e parole di Antonello Venditti, il cantautore di Roma Capoccia e dell’inno della squadra giallo-rossa, di Campo de’ fiori e di Sora Rosa, di Grazie Roma e di Circo Massimo. E uno che ha scritto tutti questi brani sulla sua città è difficile credere che sia in viaggio su un carroccio in direzione leghista.

Possibile che nella città eterna non ci siano più tracce di onestà e idealismo? All’ombra del Colosseo, per Venditti, sono «virtù eroiche». Il romano si è addirittura inventato «l’eroismo parlamentare, quando l’onestà dovrebbe essere all’ordine del giorno». E tutto questo è successo (forse) a causa della «caduta dei riferimenti. Per la mia generazione c’è stato Berlinguer. Il Padre politico. Ecco la questione: dove sono finiti i Padri? I Padri hanno fallito». Storica materia di discussione. «Adesso però c’è un’altra Storia in corso: quella dell’Italia toscanizzata, dei patti del Nazareno, del partito della nazione, l’Italia di Renzi e Verdini. E Roma scivola in subordine. Quando un corpo collassa la prima cosa a spostarsi è il baricentro».

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