Musica

Enrico Ruggeri: “Sanremo? Qualcosa di pilotato”

Enrico Ruggeri (foto Ansa)

Enrico Ruggeri (foto Ansa)

ROMA – Nel Sanremo del 2003, confessa Enrico Ruggeri, “una nota signora dello spettacolo convinse tutta la giuria di qualità a darmi zero per aprire la strada del podio a un suo amico”. Il cantante, intervistato da Repubblica, svela alcuni passaggi della sua autobiografia.

Il nome?

«Non lo faccio nemmeno nel libro, ma basta andare a spulciare le cronache di allora per scoprire di chi si tratta».

San raffaele

Non ha timore di gettare discredito su un monumento nazionale come il Festival?

«Ma io non parlo di frode, piuttosto faccio intendere che magari c’ è qualcosa di pilotato. Basta comporre le giurie in un certo modo o far chiudere il televoto a una certa ora e il gioco è fatto. E non credo che esista nemmeno il sistema perfetto per evitare dubbi sull’esito della gara. D’altronde Sanremo fa girare milioni di interessi e qualcuno quel benedetto trofeo se lo deve pur portare a casa».

Malgrado l’ età più matura, non sembra disposto a concedere molto spazio alla diplomazia. Pentito di questo suo carattere?

«Sono fatto così. Quando mi ribellavo alle mode politiche dell’ epoca era perché non sopportavo le imposizioni e perché ero convinto che bisognasse scandalizzare il sistema».

A restare scandalizzato invece fu lei quando nel ’76 al Palalido di Milano fu tra i testimoni degli assalti degli autonomi a Lou Reed e a Francesco De Gregori.

«La musica non dovrebbe essere toccata. E in quelle occasioni ho assistito al trionfo dell’ ottusità: ma come si poteva accusare Lou Reed di nazismo o De Gregori di essere un borghese?».

Lei è stato spesso accostato alla destra.

«Solo perché mi rifiutavo di far parte di un certo establishment che governava Milano».

A lei piaceva anche provocare: scrisse un brano contro le femministe…

«Avevo 19 anni e quello sberleffo mi divertiva».

Ha avuto molti rapporti, da Mariangela D’ Abbraccio a Loredana Bertè. Però c’ è stata una donna, non così famosa, che l’ ha fatta soffrire, a cui ha dedicato «Contessa» ai tempi dei Decibel.

«Quando si scrivono certi brani è come cadere in uno stato di trance: liberi la mente e cerchi di girare alla larga dalla didascalia, nemico principale delle canzoni». Peraltro circolava un’ interpretazione sbagliata di «Contessa». Era stato letto come un pezzo legato al mondo di Renato Zero. Niente di vero, ma l’ accostamento mi piaceva e non feci nessuna smentita».

Nel suo archivio di guai non mancano le droghe.

«Per colpa di uno spinello finii sotto processo, ma poi fortunatamente fui assolto. Quella storia adesso fa ridere, ma era un’Italia diversa».

E la cocaina?

«In quel caso la faccenda poteva diventare più seria: avevo un mucchio di soldi da spendere e quella polvere era parte integrante della vita sociale di Milano. Ma un giorno decisi di smettere e non l’ho mai più toccata. La cosa che ricordo con più tristezza di quel periodo è che si creava complicità con persone di cui, in uno stato di lucidità, non sarei mai stato amico».

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