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Roberto Perciballi morto: addio al frontman dei Bloody Riot

ROMA – Roberto Perciballi è morto domenica 20 marzo stroncato da un infarto a soli 52 anni a Roma. Il cantante dei Bloody Riot, definito “teppista rock” e colui che portò il punk nella Capitale, si è spento e con lui se ne va una icona storica per la musica romana. I funerali si sono svolti il 21 marzo nella chiesa Santa Croce di Veroli, in provincia di Frosinone, ma in molti hanno salutato Perciballi.

Il cantante ha pubblicato insieme alla sua band due album e una serie di Ep e raccolte, ma la sua creatività non si fermava alla musica. Roberto Perciballi era anche l’autore di due romanzi: “Come se nulla fosse. Storie di punk a Roma 1980-2000″ e “Bloody Riot”.

Naja de merda, Teppa life erano solo alcuni dei brani punk che Roberto Perciballi cantava nella sua Roma in un periodo in cui andava controcorrente rispetto e lui stesso si definiva “più ribelle”, e chi lo conosceva racconta la frase che amava ripetere:

Più ribelli,selvaggi e veri degli altri. Con quel modo di fare da nichilisti che non vogliono mai ascoltare niente e fanno sempre e solo quel che pensano”.

Marco Mathieu su Repubblica dedica un pezzo al teppista punk Perciballi, scomparso all’improvviso:

“«Un ribelle romantico e anarchico, personaggio complesso poi diventato padre amorevole», lo definisce Luigi Bonanni, 54 anni, già cantante dei Garcon Fatal e protagonista del primissimo periodo del punk-rock romana. «Roberto era il nostro Jello Biafra: l’anello di congiunzione artistico tra il punk primordiale e l’core delle generazioni successive. Quando ci conoscemmo era un ragazzino».
Lo ricordava Roberto stesso, poco tempo fa e a suo modo, ovvio: «In età giovanile spesso si è insofferenti, quelli che lo sono di più cercano di essere diversi dagli altri»

Io a 14 anni andai per la prima volta al Uonna Club e rimasi basito: ragazzi incazzati solo a guardarli, con quei vestiti assurdi, i capelli alla moicana. Del punk ancora non sapevo nulla e sul palco c’erano gli Ultras di Centocelle: ipnotizzato dal rumore che usciva dagli amplificatori, capii che era musica piena di energia. Il cantante, Jerry, si tagliò la fronte con una bottiglia e fece tutto il concerto col sangue sugli occhi. Credo che la miglior cosa che ho fatto in vita mia, oltre alle mie figlie, sia stato tenere in piedi i Bloody Riot per tutto questo tempo e aver cantato sempre certe canzoni, con la stessa grinta, l’energia di quella volta al Uonna».

Concerti, risse, pogo e slam dance : i Bloody Riot, con il primo disco punk autoprodotto nella capitale ( Bloody Riot , 1983) e l’album omonimo due anni dopo (per la Meccano Records) mettono Roma sulla mappa del punk italiano, con gli “inni” della nuova tribù ribelle: Naja de merda , Teppa life , tanto per capire il tono. «Erano fuori dal branco», ricorda Giulio Tedeschi, 63 anni, produttore di quel disco. «Controcorrente rispetto alla tendenza politicizzata delle scene di altre città». Ovvero, amava ripetere Roberto con il suo ghigno: «Più ribelli,selvaggi e veri degli altri. Con quel modo di fare da nichilisti che non vogliono mai ascoltare niente e fanno sempre e solo quel che pensano».

In giro per i primi posti occupati italiani come nella Suburra dove cresce Roberto: è lì, nella cantina di via degli Zingari trasformata in sala prove che si incrociano i suoni e le facce del punk romano. Oltre ai Bloody Riot: Sgun Solution, Raff e Fingernails in «quell’incontro tra metal e punk da cui stava esplodendo l’core», spiega Bonanni. Roberto è il protagonista della scena romana, ancora isolata dal piccolo cataclisma underground che attraversa l’Europa. «Eravamo lontani da tutto, una periferia confusa», aggiunge Carmelo Seminara, 51 anni, al tempo bassista dei Manimal che, insieme ai Klaxon prima e agli High Circle puntano dritto all’core: più velocità e meno borchie, senza attenzione mediatica ma con un circuito internazionale e indipendente.

«L’occupazione del Forte Prenestino, nel 1986, cambiò poi tutto: i tour dei gruppi arrivavano anche qui». E i Bloody Riot ci sono, pure lì. «Roberto era punk prima ancora che iniziasse la musica. Ricordo come introduceva il concerto: “Non siamo comunisti né fascisti, semplicemente teppisti”. Era il punk, era Roma». Roberto poi ha continuato, attraverso i decenni, tra divagazioni artistiche e libri ( Come se nulla fosse, storie di “pank” a Roma , Castelvecchi, 2000) portando avanti quel modo anomalo e “teppista” di intendere il punk, riformando la band nel 2001 mentre era già in corso il ricambio generazionale: dai Growing Concern, negli anni Novanta, a Strenght Approach e Anti You, che rappresentano oggi l’core romano nel mondo, tour europei e americani compresi. «I Bloody Riot sono stati i veri pionieri e ricordo ancora quando Prince Faster a Radio Rock passava i loro pezzi: un pugno nello stomaco», riassume Paolo Martinelli, 43 anni, batterista degli Anti You.

Passato e presente: quando chiedevi a Roberto quale fossero le differenze, lui rideva e ti rispondeva così: «Allora non avevamo il centro sociale, eravamo sempre quattro stronzi. Ora ci sono i centri sociali, un sacco di altri posti e una quantità incredibile di gente. Comunque, mica li puoi far diventare tutti punk… Che ti credi?».

Poi, quel colpo al cuore. E lo spirito del punk, che però continua”.

(Foto Facebook)

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