Nella geografia sindacale, per decenni, le categorie della Cgil hanno collocato ad un estremo quella dei chimici – riformista e pragmatica – e dal lato opposto quella dei metalmeccanici – duri e conflittuali. Sono stato per anni un dirigente dei chimici e ho combattuto lunghe battaglie politiche con “i fratelli metallurgici”. Erano discussioni che riguardavano i contenuti rivendicativi dei contratti, le modalità con le quali gestire le crisi aziendali o le ristrutturazioni, le forme della rappresentanza ed altro ancora. Alcuni commentatori se lo ricordano e non mancano di rinfacciarmelo ogni volta che aderisco ad alcune iniziative della Fiom, perché cercano di attaccare la comoda etichetta di “radicale” a quella organizzazione per evitare di affrontare i problemi che la stessa pone. Io invece condivido le sollecitazioni della Fiom e trovo meritoria la sua iniziativa di sabato. Ma cosa deve fare, nel mezzo di una crisi gravissima come quella attuale, un sindacato, se non chiedere a piena voce a governo e imprese di adoperarsi per innescare una crescita economica in grado di creare nuovo lavoro?