Blitz quotidiano
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Europa a 2 velocità? Indietro non si torna, Turani avverte: “Non diciamo c…”

Europa a 2 velocità? Ma non diciamo cazzate, indietro non si torna, quello è solo un modo per smontare tutto, tuona Giuseppe Turani in questo articolo sul vertice di Ventotene (in realtà a bordo di una nave, la portaerei Garibaldi) pubblicato anche su Uomini & Business.

 L’Europa a due velocità (ma anche a tre, quattro) per alcuni è la soluzione di tutti i problemi del Vecchio Continente. Per altri è solo una bella trovata pubblicitaria per il nuovo libro, in uscita, del premio Nobel Joseph Stiglitz. Dell’Europa a più velocità esistono più versioni. Una, volgare, dice: i paesi più deboli (l’area sud, insomma) si fanno un loro euro, che naturalmente varrà meno, e che potrà essere svalutato di quando in quando senza ascoltare la Germania. Questa versione piace molto ai populisti nostrani perché sono convinti che, di svalutazione in svalutazione, anche i disorganizzati e gli spendaccioni riusciranno a arrivare in Paradiso.

Poi c’è una versione più colta, sofisticata, che dice: abbiamo fatto un grande pasticcio, ripartiamo dai sei paesi fondatori (fra i quali c’è anche l’Italia, i trattati vennero firmati a Roma) più chi ci vuole stare da subito, e ripartiamo. Gli altri paesi potranno via via aderire a questa “Europa della fondazione” in tempi diversi e con regole diverse. E tutto andrà magicamente a posto. Quindi Europa a due, a tre, a cinque, a sei.

La mia opinione è che tanto varrebbe scrivere un bel comunicato collettivo: “Europei, scusateci, abbiamo sbagliato, liberi tutti”. Risorgano le dracme, le lire, le pesetas, i franchi, gli zloty.

La nascita dell’euro aveva un senso perché avrebbe impedito la guerra delle svalutazioni fra i paesi europei e avrebbe obbligato i più indisciplinati (fra i quali ci siamo anche noi) a stare un po’ più in riga. Quando si discuteva dell’euro, persone sagge dissero: l’Italia deve assolutamente entrare nella moneta comune, anche a costo di presentare conti falsi (come un po’ è stato). Così, si disse, finalmente diventeremo un po’ tedeschi anche noi, più per bene, disciplinati.

Poi, purtroppo, il gioco della politica e dei reciproci favori ha consentito a tutti di fare un po’ quello che volevano, e oggi c’è una grande distanza fra un paese e l’altro. Non siamo diventati tutti tedeschi.

Ma la strada giusta non è quella di tornare indietro e dare ai ritardatari il tempo di ripensarci. La strada giusta è andare avanti, aumentando le “cose” (istituzioni) comuni. Intelligence contro il terrorismo, esercito, cultura, immigrazione, banche.

Ma fare questo significa che i singoli Stati devono cedere sovranità, non riprenderne come è il disegno delle tante patrie. Il male oscuro dell’Europa è questo: nessuno vuole cedere niente.

A ognuno la sua moneta?