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Ballottaggio 2018: Renzi stenta, M5S avanza, Destra out

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – Ballottaggio, Gran Ballottaggio 2018 (se non prima). Ci si avvia alle elezioni politiche con Renzi che stenta (spira forte da ogni punto cardinale il vento dell’antirenzismo), M5S che avanza e non è più protesta, è voglia, volontà popolare e con la Destra out. Out, fuori perché il 5 giugno 2016 dice che se non accadono rivoluzioni, il Gran ballottaggio 2018 sarà Renzi contro M5S, M5S contro Renzi. Berlusconi, Salvini, Meloni e compagnia fuori.

“Cambia tutto”, ma era tutto atteso. Si deciderà al ballottaggio. Il leader dei 5Stelle ha commentato euforico il risultato delle urne di ieri, e in particolare quello di Virginia Raggi a Roma; un risultato che era però, ad onor di cronaca, già in larga parte atteso alla vigilia, anche se il 35 per cento era un sogno ardito. E allora a voler tentare di leggere le scelte degli elettori senza paraocchi di partito, quello espresso il 5 giugno è un voto che rappresenta non solo un ‘primo tempo’ (tra due settimane si sceglieranno i sindaci nei vari ballottaggi) ma una prova alquanto generale del Gran Ballottaggio del 2018. Vale a dire le prossime elezioni politiche.

Milano dice che la coalizione riformista progressista sotto il segno di Renzi non fa 50 per cento neanche nella città più pragmatica d’Italia. Torino dice che una parte dell’elettorato popolare che fu del Pci, dopo aver votato anche Lega, è ora approdata ad M5S insieme a una fetta di borghesia che amava raccontarsi come l’anima critica della sinistra. Il populismo M5S ha quindi anche la sua “Brigata Intellettuale”, da Dario Fo a Sabrina Ferilli. Napoli dice che se attacchi il potere, Roma, il governo, anche se la tua città, la città da te amministrata è incubo e fetenzia come e più di cinque anni fa, ti rieleggono sindaco. Napoli dice che puoi mettere insieme quel ch resta del comunismo con quel che non scompare del borbonico e l’elettorato ti premia pure. Bologna dice che gli antisistema (Lega e M5S) perfino qui fanno quaranta per cento. E Roma, infine Roma dice che la capitale (solo la città capitale) è pronta a tributare ai nuovi castigatori del Palazzo un trionfo dalle stesse proporzioni e in fondo motivazioni di quello che fu tributato a Berlusconi  e a Forza Italia nelle prime politiche degli anni novanta.

Aveva ragione il premier Matteo Renzi a dire, un po’ anche per sua convenienza, che ieri si votava per eleggere i sindaci e non per il governo. Che per questo si voterà in altre sedi e in altre date, a cominciare dal referendum del prossimo autunno e poi, ovviamente, alle politiche. E mente, anche lui per suo vantaggio, chi dalle elezioni amministrative invoca conseguenze sul governo di turno. Questo però non vuol dire che le elezioni, per quanto locali, non abbiano un significato ed una lettura politica. E il voto di ieri dice che oggi, in Italia, ci sono due realtà, diverse e diversamente rappresentate, che si sfideranno per il prossimo governo del Paese: e queste due forze sono i 5Stelle e il Pd, o meglio il suo segretario Matteo Renzi. E che da ogni città giunge una voce, un tono che poco o nulla di buono promette per Renzi. Che ammette, confessa la botta ricevuta.

La destra al momento, estrema del duo Salvini­ Meloni o moderata nelle declinazioni di Berlusconi e Alfano, causa divisioni interne non rappresenta un competitor credibile. Dalle urne esce un Pd che stenta. Stenta paradossalmente meno a Roma dove arriva secondo e dove pagava gli handicap di Mafia Capitale e della gestione Marino, che dove arriva primo come a Milano – dove sperava di arrivare davanti sì, ma con più margine – e a Torino – dove qualcuno covava persino la speranza di un’elezione al primo turno per Fassino. Stentano i dem perché pagano un diffuso anti renzismo che porta via voti al partito del premier. La forte personalizzazione che Renzi ha imposto alla politica non solo del suo governo, ma anche del partito che guida, ha infatti conseguenze nelle urne.

Conseguenze che potrebbero essere forse a vantaggio del premier ­segretario nell’importantissima partita costituzionale, ma che alle amministrative sono costate in termini di voti ai democratici. Un costo che non ha però, ed è innegabile, impedito al partito che governa di essere in vantaggio a Milano, Torino e Bologna, di vincere al primo turno a Cagliari, di essere al ballottaggio a Roma e fuori dai giochi solo a Napoli per quel che riguarda le grandi città. E di essere quindi, in virtù di questi risultati, una delle due ‘squadre’ che si giocheranno la prossima partita politica. Anti renzismo che se da una parte appesantisce il Pd favorisce dall’altra, inevitabilmente, chi contro il premier si schiera. E quindi i 5Stelle.

Il risultato della Raggi a Roma, per quanto atteso, favorito e in qualche modo persino preparato dalle amministrazioni Alemanno­/Marino è, effettivamente, un risultato storico che, con ogni probabilità di pronostico, sarà confermato tra due settimane. Ma altrettanto importanti dal punto di vista politico sono i risultati dei grillini nelle altre città, specie a Torino dove sono andati decisamente meglio di quanto tutti si aspettassero e che, tirando le somme, fanno del partito che fu di Casaleggio senior lo sfidante indiscusso per il governo nazionale.

Anti renzismo che ha poi aiutato Luigi De Magistris a Napoli ma di cui non si è riuscito ad avvantaggiare quello che una volta era il centrodestra. A Roma gli eredi di Berlusconi hanno perso l’occasione di giocarsela al ballottaggio con la candidata di Grillo e praticamente in nessun luogo, se non a Milano, hanno portato a casa risultati di prestigio. Pesano, all’interno del centrodestra, le divisioni che a Roma si sono tradotte nella doppia, improbabile, candidatura Meloni­Marchini e pesa quell’incertezza d’identità che la destra post berlusconiana ancora sconta, indecisa in un limbo che va dalla destra conservatrice classica a quella reazionaria e populista. Come andrà a finire, a meno di eventi clamorosi, lo dirà il prossimo ballottaggio: quello del 2018.