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Pensioni, costo anticipata: operaio 2%, ingegnere 15%, prof 4%…

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ROMA – Conveniente per l’operaio, decisamente onerosa per l’ingegnere, a costo zero per l’impiegato di azienda che vuole ridurre personale. La soluzione per l’accesso alla pensione anticipata presentata dal governo si traduce, letteralmente in soldoni, in questo: una soluzione conveniente per alcuni e molto più difficilmente sostenibile per altri. Per ora si tratta di una proposta allo studio dei sindacati in vista di un nuovo incontro il prossimo 23 giugno. Ma secondo quanto anticipato dal governo il nuovo meccanismo dovrebbe però far parte della legge di stabilità che sarà votata in autunno. E’ allora interessante provare a fare in conti in tasca a chi di questa novità potrebbe usufruire per capire, schemi astratti a parte, a chi converrà.

La proposta presentata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Tommaso Nannicini e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti stabilisce che chi vorrà potrà andare in pensione tre anni prima del raggiungimento dei requisiti, ottenendo un prestito da una banca (attraverso l’INPS) da restituire in vent’anni attraverso una rata che sarà tagliata automaticamente dall’assegno della pensione. In uno schema in cui sono previste detrazioni e agevolazioni per le persone con situazioni economiche più fragili.

Sulla base di questi dati, Domenico Comegna sul Corriere della Sera traccia 5 profili di pensionandi tipo, a partire dai succitati operai ed ingegneri. Al primo di questi due, cioè all’operaio, ogni anno du anticipo sull’uscita costerà l’1-2% di interessi da pagare al raggiungimento dei requisiti. Un sacrificio ritenuto accettabile e che corrisponde ad una pensione basata sul reddito medio di un operaio stimato in circa 25mila euro annui.

Ben diversa invece la prospettiva per un ingegnere con un reddito di 60mila euro annui perché lui, invece dell’1/2%, dovrà mettere in conto un costo del 15% per per lasciare prima del tempo. Quando comincerà a percepire la pensione di vecchiaia, dovrà restituire la somma incassata in anticipo, gravata degli interessi al tasso del 15% (il massimo previsto).

A metà tra questi due estremi il profilo di un insegnante dal reddito di 38mila euro annui. Per questo il costo sarà del 4% se lascerà con 2 anni d’anticipo, vale a dire circa il 2% per ogni anno.

Altro caso è invece quello dell’impiegato in un azienda in fase di ristrutturazione. In questo caso l’uscita anticipata sarebbe non figlia della volontà del lavoratore, o almeno non solo di questa, ma anche del datore di lavoro che secondo i piani del governo si farebbe in questo carico di una parte dei costi d’uscita. In sostanza l’azienda pagherebbe l’anticipo di pensione sotto forma di prestito al proprio dipendente. Mentre lo Stato si farebbe carico dei costi per remunerare le banche che erogherebbero l’anticipo di pensione sotto forma di prestito e le assicurazioni garantirebbero dal rischio di morte prematura del pensionato. Lo schema definitivo si conoscerà però solo prima della pausa estiva.

Infine il metalmeccanico tra i profili tracciati dal Corriere della Sera che, oltre agli interessi, avrebbe una penalizzazione dello 0,83% per il ritiro subito. L’ipotetico signor Luigi Bianchi, operaio metalmeccanico, 58 anni, a giugno 2016 raggiunge 40 anni di contributi. Potrebbe ottenere l’assegno da ottobre 2019 a 61 anni e 1 mese. Siccome all’epoca non avrà ancora compiuto i 62 anni, sarà soggetto alla penalizzazione (1% per ogni anno sino al 60° e 2% per ogni anno di anticipo successivo al sessantesimo) dello 0,83% circa, da operare sulla quota di pensione calcolata con il metodo “retributivo” (per l’anzianità maturata a tutto il 31 dicembre 2011). C’è un problema però: l’impresa è in crisi e lui rischia di diventare esodato. Decide di accettare il “prestito” dall’Inps. Prestito che potrà restituire con “piccole rate”, la cui consistenza, per ora, non è dato sapere. La somma da restituire sarà gravata, come promesso dal governo, da un tasso d’interesse minimo dell’1-2%.

La proposta si basa su due meccanismi: l’Ape, cioè l’anticipo pensionistico, e la Rita, cioè la rendita integrativa temporanea anticipata. L’anticipo permetterà ai lavoratori a cui mancano tre anni di andare in pensione in modo anticipato e la rendita integrativa permetterà di incassare subito parte delle pensione integrativa. La categoria dei lavoratori interessati potrà contare su un prestito pensionistico-bancario da rimborsare in 20 anni. Il prestito, nei piani del governo, sarà garantito dalle banche convenzionate con un’assicurazione sui rischi, ma senza la necessità di una garanzia reale (la casa di proprietà, per esempio): le banche non potranno quindi chiedere garanzie che coinvolgano gli eredi.