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Torino, lampi di guerra etnica in città. Dopo Gorino e Buddusò

La foto di di Alessandro Camilli

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TORINO – Prima Goro e Gorino, poi Buddusò e ieri notte Torino. Sono i punti, gli ultimi in ordine cronologico, segnati sulla mappa della sempre più difficile coabitazione tra italiani ed immigrati. Una coabitazione in alcuni casi forzata e sempre segnata dalla diffidenza e dalla paura.

Ma nel passaggio dalle barricate in Emilia alle bombe in Sardegna e sino alla rivolta nel capoluogo piemontese c’è, si legge chiaramente, un piccolo grande salto di qualità: dalla tra virgolette semplice intolleranza si è arrivati a quelli che sono lampi di guerra etnica. Dal rifiuto esasperato ad accogliere allo scontro lungo linee di confine etniche dentro le città. Dal “non ne vogliamo in casa nostra” al conflitto con quelli che in casa ci sono da tempo. E con le comunità etniche, gli immigrati residenti che partecipano, anzi organizzano lo scontro.

“Dopo una notte di altissima tensione e di paura sembra essere tornata la calma, questa mattina, giovedì, attorno all’ex villaggio olimpico occupato – raccontano su La Stampa Federico Genta e Lodovico Poletto -. Verso le 23 di ieri duecento, forse trecento o più occupanti delle ex case delle Olimpiadi di via Giordano Bruno sono scesi in strada: hanno sradicato cartelli, lanciato bottiglie ribaltato cassoni dell’immondizia.

Hanno urlato contro i residenti della zona, se la sono presa con i passanti, inscenando le prima rivolta dei migranti della storia di Torino. E le grida ‘razzisti’, ‘bastardi’, ‘carogne’ sono diventate in attimo cori, una manifestazione in strada che ha bloccato il traffico, richiamato fuori casa la gente che un attimo prima stava andando a dormire. Poi le sirene della polizia hanno squarciato la notte. E la rivolta, quando da poco era passata la mezzanotte, ha cominciato a rientrare. Ma la paura dei residenti no”. Prima, un paio di settimane prima dei fatti torinesi il caso di Buddusò.

Lì, nel piccolo comune in provincia di Sassari nessuna manifestazione e nessuno scontro fisico tra migranti e residenti. E’ bastata un bomba. Rudimentale. Un ordigno che ha danneggiato quel tanto che basta da renderlo inutilizzabile l’agriturismo che era stato individuato come struttura idonea, da parte della Prefettura, per ospitare un gruppo di immigrati. Al pomeriggio consiglio comunale per individuare l’area, e alla sera l’esplosione e niente migranti.

Andando poco più indietro nel tempo, stiamo parlando di fatti tutti compresi tra ottobre e novembre di quest’anno, il più noto caso di Goro e Gorino e delle loro barricate. Lì, in una notte di fine ottobre, i residenti di questi due piccoli centri del delta del Po al confine tra Lombardia ed Emilia, di fronte alla possibilità di dover accogliere e ospitare una ventina di migranti, per lo più donne e bambini, sono scesi in strada e si sono opposti con la forza al loro arrivo. Se l’evidente tratto comune dei tre episodi è la difficile convivenza e la di fatto nulla integrazione tra residenti e migranti, nei primi due casi, quelli di Goro e Buddusò, a farla da padrona è la paura e gli attori principali sono quelli che non vogliono l’arrivo dei migranti.

Per impedirlo si scelgono forme moralmente discutibili, come le barricate emiliane contro le mamme con i bambini, o addirittura illegali, come la bomba sarda. Forme diverse per un’unica sostanza.

A Torino però è successo qualcosa di diverso. A partire dal fatto che i migranti non dovevano arrivare, ma ci sono e ci vivono in quella zona del capoluogo piemontese ormai da anni. E allora la convivenza mischiata alla paura si trasforma in guerra: guerra etnica. E’ vero, ieri notte fortunatamente non ci sono stati incidenti gravi né feriti, e la cosa si è limitata a tanto rumore e qualche danno materiale. Ma il copione che vede prima i petardi lanciati contro i migranti (perché così, secondo le prime ricostruzioni, si è innescata la miccia torinese) e poi la reazioni di questi è esattamente il copione della guerra gli uni contro gli altri armati. Dei quartieri popolati da stranieri contro quelli abitati dai residenti. Un copione che non sempre finisce senza tragedie come ieri. Lampi, per ora, di guerra etnica. Ma i lampi spesso annunciano tempesta.