Blitz quotidiano
powered by aruba

Armi: milioni di italiani si fanno il fucile, dicono che è per caccia o sport…

La foto di di Alessandro Camilli

Leggi tutti gli articoli di Alessandro Camilli

ROMA – Sono sempre di più gli italiani che vogliono il fucile. Per cacciare o per uso sportivo dicono le licenze, ma non è così. La ‘voglia di fucile’ scoppiata nel nostro Paese è figlia della crescente insicurezza percepita da parte di questo e, visto che ottenere un porto d’armi per difesa personale è cosa assai complicata, sono in molti a scegliere la via più semplice che passa per le licenze di caccia o di tiro a segno. A suggerire che dietro il boom di richieste questo tipo di porto d’armi ci sia la voglia di sentirsi più sicuri con un’arma in casa, e non una riscoperta dell’arte venatoria o del divertimento del tiro al bersaglio, ci sono diversi indizi. Le questure, però, negano che sia per questo. A spiegare l’esplosione di tiratori e cacciatori sarebbe, secondo loro, la normativa più stringente entrata in vigore nel 2013 e che ha costretto chiunque abbia un’arma in casa presentare un certificato medico che ne giustifichi il pos.

Di diverso avviso un piccolo imprenditore vicentino che, a Raphael Zanotti de La Stampa, ha spiegato come mai in tanti chiedono un porto d’armi sportivo o venatorio senza pensare di andare mai a caccia o alle Olimpiadi: “Perché l’uso per difesa personale non lo rilasciano mai. Per richiedere una licenza a uso venatorio o sportivo bastano pochi documenti facili da reperire, ma per richiedere una licenza per difesa personale è necessario un documento ulteriore: bisogna motivare la necessità. E finché sei qualcuno che gira con pietre preziose o fa lavori particolari che ti mettono in pericolo di vita, passa, ma quando sei un piccolo imprenditore come me, stringono la vite. E allora meglio avere un fucile in casa per uso venatorio. Magari a caccia non ci vai mai, ma se qualcuno tenta di entrare con la forza e mette in pericolo i tuoi familiari almeno sei preparato”. Primo indizio.

Una tesi che trova poi riscontro nelle parole del presidente dell’Unione nazionale del tiro a segno, Obrist Ernfried: “Alcuni mutamenti nella società legati a un nuovo sentimento dei cittadini di dotarsi del porto delle armi hanno consentito un significativo aumento delle attività relative all’addestramento al maneggio delle armi”, scriveva nella sua relazione dell’attività Uits del 2015. Che tradotto significa che cittadini si avvicinano alla disciplina del tiro perché saper maneggiare un’arma infonde sicurezza in un periodo in cui la percezione della propria insicurezza è alle stelle. Secondo indizio. Meriterebbe, la differenza tra sicurezza reale e percepita, un approfondimento a parte. Ma che la paura sia vera o solo immaginata quel che conta è come questa si traduca in numeri. Perché se è vero, come i molti indizi indicano, che ad armare gli italiani è l’insicurezza, le statistiche raccontano di una realtà preoccupante. Il numero di licenze per armi è infatti negli ultimi anni esploso. Nel 2015 ne sono state rilasciate 1.265.484. Un’enormità se si considera che solo tre anni prima erano poco più di un milione, 1.094.487 per la precisione. E se nel 2012 e 2013 c’era stato un aumento, ma contenuto, è nel 2014 e nel 2015 che il balzo si è manifestato in modo più evidente. Come detto, in Italia un cittadino comune può ottenere una licenza per tre motivi: difesa personale, uso venatorio e uso sportivo. E mentre le prime, quello per difesa personale, sono in calo da anni, le licenze per andare a caccia sono cresciute del 12,4% e quelle per uso sportivo addirittura del 18,5%. Ma continuiamo con gli indizi perché è sempre il quotidiano torinese a fornire altri due dati interessanti.

“La Stampa – racconta Zanotti -, dopo aver collezionato i dati da tutte le Regioni, è in grado di dare cifre più attendibili: i cacciatori nel 2015 erano 579.252. Negli ultimi otto anni (l’ultimo dato ufficiale era quello Istat del 2007) sono calati di quasi un quarto. A fronte di questo tracollo, costante anno dopo anno, le licenze per uso caccia sono invece aumentate. (…) Stessa cosa si potrebbe dire per i tesserini sportivi. I tesserati Fitav (Federazione Tiro a volo) negli ultimi anni hanno avuto oscillazioni di 400 iscritti. Quelli Uits sono cresciuti (come abbiamo visto), ma alla fine di qualche migliaio. E sebbene non sia obbligatorio avere una tessera Fitav e il tesseramento sportivo sia valido per un anno mentre la licenza sei, bastano questi numeri per giustificare una crescita che in quattro anni è passata da 373mila a 470mila licenze?”.

Terzo e quarto indizio. A fronte di tutti questi indicatori viene da chiedersi cosa stia succedendo nel nostro Paese. E il sospetto è che le campagne mediatiche, ma soprattutto politiche indirizzate a fomentare il senso di insicurezza percepita dai cittadini stiano dando i loro frutti. La voglia di avere un fucile in casa non risponde infatti ad una paura che può essere quella del terrorismo e dell’attentato. Poco o nulla può un fucile contro un kamikaze o una bomba. Può, o almeno questo crede chi sente il bisogno d’armarsi, invece qualcosa contro il ladro, il rom, l’extracomunitario o il drogato che prova ad entrare in casa. Il fucile sotto il letto, in una determinata logica, risponde a questo tipo di paura. Una logica che è poi quella del Far West e, se per fortuna siamo ben lontani dal poter anche solo pensare di paragonarci agli americani e agli Usa dove le armi si comprano liberamente e dove ogni anno si contano migliaia di morti da armi da fuoco, in questo tipo di classifica, a livello europeo, non siamo messi bene. I dati pubblicati dal Guardian raccontano di un’Italia a metà classifica in Europa per quel che riguarda la media di armi possedute ogni cento abitanti (11,9), ma maglia nera per quel che riguarda gli assassinii compiuti con armi da fuoco: 0,71 ogni 100.000 abitanti.


TAG: