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Ballottaggi i voti degli altri: Lega a M5S sì, Fi a M5S no..

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ROMA – Ballottaggi, cioè fondamentalmente i voti degli altri, i voti degli elettori che hanno perso, hanno visto escluso dal secondo turno il candidato sindaco che avevano votato al primo. I ballottaggi, il secondo turno, si vince o si perde su due campi di gioco, in due partite. La prima è quella di fare il pieno dei “propri”, riportare a votare tutti quelli che ti hanno votato, magari con un cugino in più che l’altra volta era andato fuori per il “ponte”.

La seconda e forse ancora più importante partita è ottenere appunto i voti degli altri, i voti di quelli che al primo turno avevano votato altri candidati. Va subito detto che averli o non averli i voti degli altri non dipende per nulla dalla indicazione di voto che può dare un leader di partito o un candidato escluso. I sindaci mancati e i loro sponsor politici non dispongono in realtà se non in microscopica parte dei voti di chi pure li ha votati. Quindi se danno indicazioni, queste valgono per centinaia, massimo qualche migliaio di elettori. La gran parte degli elettori anzi vive con fastidio questi “comandi”. Risulta quindi facile e gratuito per tutti sceneggiare un rifiuto di patteggiare e apparentarsi. Chi mostra il rifiuto sdegnoso sa che non perde nulla, chi fa la scena di non trovare chi appoggiare sa che a sua volta ha poco o nulla da offrire.

Ciò non toglie che una parte degli elettori che hanno votato per candidati esclusi al secondo turno a votare ci vada. Una parte, una parte minoritaria. La maggioranza dei voti degli altri al secondo turno restano a casa. Quindi, ad esempio, Marchini non dispone a Roma dell’11 per cento conquistato e M5S a Milano non dispone del 10 per cento raccolto e il Pd a napoli non può pilotare il 20 per cento del suo candidato. Diciamo con l’approssimazione di una media ponderata che i “voti degli altri” effettivamente disponibili sono il 30 per cento degli elettori di liste e candidati esclusi, il 70 per cento non va a votare.

Come si muove questo 30 per cento? Secondo canali e percorsi abbastanza precisi. Si chiamano flussi e alcuni sono noti e frequentati, altri di fatto sbarrati e percorsi solo da isolati esploratori. Insomma ci sono voti ed elettorati che un po’ si mischiano e altri che si respingono come poli opposti delle calamite. Eccoli i flussi, quelli facili e quelli impervi.

Lega verso M5S sì, va. I voti leghisti non fanno gran fatica a diventare al ballottaggio voti M5S.

Forza Italia verso M5S no, non vanno. Andavano, sono andati ai tempi di Pizzarotti Parma. Ma ora non più, ora l’elettore berlusconiano doc il voto al sindaco grillino non lo dà.

Sinistra anti Renzi verso M5s sì, alla grande. Di quelli che hanno votato Fassina, Airaudo, Rizzo quelli che al secondo turno non si asterranno per uno che voterà il candidato Pd almeno cinque voteranno il sindaco M5S. Voteranno Pd, non tutti, solo se l’alternativa sindaco è di Destra e non M5S (caso Milano).

Dal Pd a M5S se il Pd non è al ballottaggio: sì, i voti degli altri questa strada la prendono.

Da M5S a Pd se M5S non è al ballottaggio: no, i voti degli altri questa strada non la prendono.

Dal centro a Pd: sì, quando l’alternativa è un sindaco M5S. No quando l’alternativa è un sindaco di Destra.

Da Forza Italia al Pd: no, questo flusso non scorre.

Somma, scomponi, osserva e capisci che Giachetti a Roma non ha serbatoio di voti per inseguire la Raggi. Che Sala a Milano qualcosa può aggiungere ma Parisi può diventare sindaco della destra con i voti degli elettori M5S, che la Lega può aiutare Appendino a Torno contro Fassino ma non dovrebbe bastare. I ballottaggi hanno una loro geografia e per conoscerla non occorre essere proprio esploratori avventurosi.