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Banche fallite: nessun colpevole. E i rimborsati e scontenti

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ROMA – Banche fallite, quattro di piccole dimensioni di recente in Italia. E altre, sempre più o meno medio-piccole e, come usa dire, di territorio, potrebbero fallire o sono nella condizione tecnica del fallimento. Quelle fallite e quelle pericolanti non sono tali per colpa e responsabilità della Bce, della Merkel, della Ue, del governo italiano, del destino infame e del complotto avverso del maligno. Sono fallite o sono nella condizione di fallire perché i loro amministratori e manager, a vantaggio di parte dei loro clienti, hanno finanziato imprese e iniziative a perdere. Hanno male amministrato, hanno regalato soldi e una parte della clientela era appunto clientela più che mercato. Così sono fallite, per cause, colpe e responsabilità tutte interne alle banche e al loro habitat economico e sociale.

Bene, quali guai, inconvenienti, danni hanno avuto e subito i responsabili, manager e clienti privilegiati, dal fallimento di cui sono stati responsabili e causa? Pochi e in certi casi nessuno. In alcune banche pericolanti i dirigenti che hanno dissipato si son visti graziati e perdonati dai danneggiati (nessuna azione di rivalsa) per manifesto e inestricabile intreccio tra predatori e predati. Il tutto sostanzialmente in linea e in regola con la tradizione e la consuetudine. Entrambe infatti vogliono che se fallisce un banca il conto lo paga il contribuente, anche e soprattutto il cittadino-contribuente che con la banca non c’entrava niente.

Che si fa infatti e cosa va fatto quando fallisce una banca? Impedire che la gente vada sul lastrico, che chi aveva un conto corrente si ritrovi senza un euro. Questo v fatto per fermare il panico da contagio finanziario, è una sorta di misura di ordine pubblico e economico. E infatti tutti i governi e le Banche centrali lo fanno, “salvano” nella gran parte dei casi i depositi e i conti correnti. Quel che è stato fatto in Italia dal governo con le quattro banche.

Già, ma “come” si fa quel che va fatto? Fino a ieri si salvavano tutti e tutto, depositi, conti correnti, obbligazioni e azioni della banca fallita tanto il conto lo pagava a piè di lista lo Stato con le tasse di tutti. Da un po’ di tempo è cambiata la regola: chi ha investito in azioni e obbligazioni della banca fallita ci rimette, proprio come accade a chi investe in azioni e obbligazioni di una qualunque azienda che va male. Non era una regola nascosta, era nota. Ma era ed è per l’Italia una regola indigesta, anzi indigeribile. Suppone addirittura una responsabilità nel gestire, investire, fallire…Significa addirittura che lo Stato non copre tutto e tutti.

E quindi, quando è scattata nel caso delle quattro banche, sgomento, indignazione, scandalo, rivolta. Per cui gli obbligazionisti e gli azionisti delle quattro banche fallite verranno risarciti della quasi totalità delle perdite. Con denaro che verrà da una tassa. Risarciti senza che si possa o si debba distinguere tra chi è stato imbrogliato dalla banca che gli ha venduto obbligazione che lui non capiva e chi è stato attratto da un buon rendimento promesso e chi, semplicemente, h fatto investimento risultato sbagliato.

Risarciti e…scontenti. Perché il principio che si vuol far valere fino in fondo da parte di comitati e cavalca-comitati è quello secondo il quale lo Stato paga per tutti sempre. E se lo Stato paga, sono di fatto innocenti quelli che una banca la predano e depredano da dirigenti e clienti, possono vestirsi da scontenti pure i rimborsati e gli unici che devono poco sapere e capire sono tutti gli altri contribuenti che, magari pochi euro ciascuno, risarciscono le vittime (?) di un investimento sbagliato.

Così l’Italia statuisce all’articolo X della sua Costituzione materiale che i danni del pessimo amministratore e gli errori dell’investitore li paga il denaro pubblico. Questa è la storia vera, e un po’ anzi tanto taciuta, delle quattro banche fallite e delle loro sorelle. Poi dice che all’estero non si fidano, non tanto delle nostre banche, ma di noi, proprio di noi non si fidano…chissà perché.