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Brexit tartaruga. I No Europa: lasciarla e restarle in casa

La foto di di Alessandro Camilli

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LONDRA – Brexit tartaruga, a tirarla per le lunghe sono i No Europa, i Britain First, quelli che hanno chiesto e ottenuto il voto per squagliarsi dalla UE. Bene, una volta ottenuto il voto, ora rallentano la Brexit. Non corrono a lasciare l’Europa. Stanno fermi. Come quel partner in un matrimonio che, annunciato l’addio, il tutto finito, resta però in casa.

All’indomani del voto inglese sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea l’unico dato certo che arriva da oltre Manica è questo: prendere tempo. Prendere tempo perché in fondo nessuno credeva che avrebbe vinto il ‘leave’ e quindi tutti sono più o meno impreparati ad affrontarlo e gestirlo.

Prendere tempo per togliere aria alla Ue e costringere l’Unione Europea a concedere ancora e ancora e ancora alla Gran Bretagna. Gran Bretagna che vuole restare nel Mercato Comune, come la Norvegia, ma il Mercato Comune suppone e impone la libera circolazione di merci e persone. E la Gran Bretagna vuole praticamente l’impossibile: il Mercato Comune senza la libera circolazione delle persone.Altrimenti chi glielo va a dire ai votanti per la Brexit che gli stranieri europei continuano a circolare liberi in Gran Bretagna?

Come pensa la Gran Bretagna di Brexit di ottenere l’impossibile? Tenendo sospesa, incerta, vulnerabile l’Europa di Francia, Germania, Italia, Spagna…Insomma lasciare, restare in casa e uscire solo dopo aver ottenuto la proprietà dei beni comuni e le tasse sui beni pagate dall’ex coniuge.

Prendere tempo per cercare di trattare un’uscita conveniente e perché, come ha già sperimentato il leader dell’Ukip Nigel Farage, lasciare l’Ue non catapulterà la vecchia Inghilterra nella terra di Bengodi che i sostenitori dell’uscita avevano promesso e garantito e questo, a chi ha voluto l’uscita, potrebbe costare anche in termini di consenso elettorale.

E’ paradossale ma, a differenza di quanto accaduto nelle ora immediatamente successive al voto inglese, la vittoria della Brexit potrebbe togliere benzina ai movimenti che in mezza Europa chiedono il divorzio da Bruxelles, dal Front National di Marine Le Pen sino alla Lega di Matteo Salvini e passando per gli schieramenti parenti in Olanda e via elencando. Primo inequivocabile segnale in questo senso una delle ultime dichiarazioni del succitato Farage che, in tv, ha ammesso che i milioni di pound che il Regno Unito dava sino ad oggi all’Ue non saranno da domani destinati alla sanità pubblica come aveva invece garantito, costruendoci consenso, alla vigilia del voto.

Prova questa del fatto che lasciare Bruxelles non è la soluzione di tutti i mali come gli antieuropeisti sostengono e che, al contrario, non risolve i problemi economici ma ne apre di nuovi. Farage con molta probabilità pagherà in patria la ‘sua’ vittoria. Sul continente, forse, questo servirà ad aprire gli occhi agli elettori. Ukip a parte però a Londra sono in molti ad essere ora spaventati dal risultato del referendum. E non sono questi molti quelli che hanno votato o sostenuto il ‘remain’. Ma sono i più spaventati quelli che la Brexit hanno voluto e che ora chiedono tempo.

“Usciremo quando saremo pronti”, ha detto il cancelliere dello scacchiere George Osborne ripetendo quello che il premier David Cameron spiegava più o meno in contemporanea al Parlamento inglese. Ma che vuol dire ‘quando saremo pronti’? Vuol dire che la Gran Bretagna vorrebbe ora ritagliarsi una posizione sulla falsariga di quella norvegese ma con una bella fetta di accordi ‘ad hoc’. Vorrebbe cioè restare all’interno del mercato unico, come appunto il paese scandinavo che non fa parte dell’Ue, per continuare a beneficiare dei vantaggi che questo porta e che non c’è bisogno di spiegare per comprendere. Ma presupposto e parte integrante del mercato unico sono la libera circolazione delle merci e delle persone.

Peccato che le ragioni del ‘leave’ e della sua vittoria siano ben incardinate sulla volontà di dire basta alla libera circolazione delle persone (e quindi dei migranti). Ecco quindi il prendere tempo, che altro non è che la volontà di Londra di trattare la sua nuova condizione prima di comunicare ufficialmente a Bruxelles il divorzio. Volontà non necessariamente corrisposta al di qua della Manica, perché se è vero che una Gran Bretagna all’interno del mercato unico è un bene anche per l’Ue, è altrettanto vero che Bruxelles non può permettersi di far passare il messaggio che chi vuole si può ritagliare la posizione che gli è più comoda. Sulla volontà di prender tempo pesano ed incidono poi anche cause di più squisita politica interna.

Da una parte il partito ora al governo di David Cameron, i conservatori, hanno la necessità di riorganizzarsi e trovare un nuovo leader. Cameron, autore di una delle più disastrose gestione politiche che la storia recente ricordi lascerà in virtù della sconfitta rimediata (era tra i sostenitori del ‘remain’), ma il suo antagonista e principale candidato a prenderne il posto, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, non piace ad una ampia fetta del suo stesso partito per questo in cerca di un altro leader e bisognoso di tempo per trovarlo. E poi, infine, le questioni di consenso che Farage per primo sembra avere scoperto.

Il giorno che il divorzio diverrà realtà non si realizzeranno forse le terribili previsioni fatte da Cameron per spingere l’elettorato a votare per restare in Europa: non salterà il welfare inglese e l’economia inglese, dopo le inevitabili batoste, sopravviverà. Ma certo quel giorno si scoprirà che le ragioni di chi demonizzava Bruxelles erano un bluff. Un bluff come i soldi che sarebbero stati destinati alla sanità e un bluff che verrà quel giorno definitivamente scoperto, presentando il conto alle prossime elezioni.