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Capalbio, Abetone: il migrante puzza anche per i democratici

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – Capalbio, comune toscano a due passi dall’Argentario, paesino dall’involucro murario quasi medioevale, una collina sulla Maremma, boschi e soprattutto punteggiato sui costoni e nei dintorni da farm-ville (una volta casali) della ottima borghesia degli intelletti e delle professioni. E una mini storia oramai di qualche decennio che vuole la località come “piccola Atene” dei democratici e progressisti. Siano essi politici, giornalisti, scrittori, manager, architetti, medici. Con annessa “Ultima spiaggia”, luogo a mare di incontri, abitudini, ombrelloni, dibattiti, letture altrettanto e sempre democratici e progressisti.

Capalbio, dove l’annuncio di 50 migranti che la Prefettura ha deciso di rifugiare proprio lì ha destato, per dirla con eufemismo, malumore e perplessità. Le locali autorità, democratiche e progressiste, hanno spiegato che i rifugiati sì, ma perché proprio nel centro cittadino o almeno troppo vicino al centro cittadino? Obiezione ardita, forse era meglio in tendoni in campagna? Obiezione che malamente nasconde la vera obiezione, quel “perché proprio qui?” che accomuna il malumore di Capalbio a quello di ogni altro comune d’Italia, proprio quello, lo stesso, di comuni e autorità non democratiche e progressiste.

Capalbio, i democratici e progressisti abituali residenti qualche mese l’anno in villa o casale hanno spiegato che “almeno non li si faccia bighellonare”, che “cinquanta sono troppi, non si può fare di meno?”. La versione più tollerante del progressismo democratico residente in Capalbio e dintorni è stata quella dello “almeno per il più breve tempo possibile”. La versione più diffusa è stata quella dello “una perla così, come Capalbio, un patrimonio naturalistico e culturale non è il luogo dove si mandano i rifugiati, altrove vanno collocati ma non proprio qui”.

Perché “non proprio qui”? Ma andiamo, non facciamo gli ingenui o gli ipocriti sbottano i democratici e progressisti di Capalbio…E lasciano cadere puntini sospensivi. Puntini che però vanno riempiti con quel che c’è dietro e sotto. Perché? Perché il rifugiato, il migrante “puzza” e “sporca” e il democratico e progressista, almeno nella versione capalbiese, se ne accorge e lamenta con sussiego inevitabilmente snob quando glieli mettono a casa sua. Il non a casa mia, non nel mio giardino scatta anche per i democratici, progressisti e benestanti quando si tratta del rifugiato.

Abetone, storia cugina e non proprio gemella. Il sindaco, anche qui democratico e progressista, ha chiesto una doppia linea di bus, una per i residenti e l’altra per i rifugiati. Apartheid? Non proprio. La richiesta arriva dopo denunciati e purtroppo veritieri episodi di rifugiati che sui bus e dai bus hanno orinato e, diciamola con eufemismo, disturbato gli altri passeggeri. Mettiamoci, facciamo anche la tara di una accentuata sensibilità e di esagerazioni nei racconti. Resta che alcuni comportamenti di alcuni rifugiati risultano spesso urticanti e incivili.

Morale delle due storie combinate: il buon reddito e la buona cultura non vaccinano dal fastidio di avere come vicini di casa i diversi e i molesti e, soprattutto, fa danno alla causa dell’accoglienza e della convivenza la favola dei rifugiati e migranti tutti e soltanto brava e povera gente. Spesso si tratta di sradicati e disperati, ancor più spesso di persone i cui usi e costumi sono almeno in partenza radicalmente diversi e talvolta alieni da quelli degli italiani/europei.

Prenderne atto e quindi imporre insieme all’accoglienza il rispetto di regole senza le quali l’accoglienza decade è il primo comandamento da osservare per non ritrovarsi con tutta Italia xenofoba e razzista. Altra presa d’atto necessaria: per gestire una politica e una cultura dell’accoglienza che emancipa e obbliga, sì obbliga, i migranti a diventare cittadini secondo regole, meglio non contare sulla generazione degli intellettuali democratici e progressisti di consolidato prestigio professionale e affermato successo immobiliare, insomma i “capalbiesi”.